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Pubblichiamo qui un articolo dell’ultimo numero.

Gruppo o gang? L’impatto della pandemia sui giovani: una voce dal quartiere Borgo Panigale-Reno
di Laura Esposito

Da due anni a questa parte si discute di come la pandemia abbia impattato sulla vita degli adolescenti, modificando le loro abitudini e generando alcune storture nel modo di vivere la socialità, lo studio, il processo di costruzione di sé. Ad alcune delle formule retoriche impiegate per descrivere la loro situazione, i giovanissimi sembrano essersi abituati; sanno che c’è qualcosa di “giusto” e qualcosa di “sbagliato” da dire. Abbiamo chiesto a Tommaso (nome di finzione), un ragazzo di quindici anni del quartiere Borgo Panigale-Reno, quali tracce avesse lasciato la pandemia nella vita dei ragazzi e delle ragazze della sua età. Dopo un attimo di silenzio, ci ha chiesto a sua volta: “Ma io devo dire cose belle o cose brutte?”.

Le cose belle per Tommaso hanno a che fare con la scuola: “Il covid mi ha aiutato tantissimo con la scuola. In seconda e terza media facevo proprio schifo, avevo tutte le materie sotto, e grazie al covid sono andato avanti. Adesso sono in prima superiore e ho tutti sei e sette, perché i miei genitori mi hanno fatto capire e studiare. Però a me il covid ha aiutato, se no sarei stato bocciato”. Ci spiega che i professori, messi davanti a una situazione tanto nuova e imprevista, hanno cercato di agevolare gli studenti in difficoltà.

Le cose brutte per Tommaso sono state le morti che il covid ha causato e l’interruzione della vita sociale. “Io ero abituato a uscire sempre e non sono più uscito”. Quando un’abitudine viene spezzata tanto nettamente e per così tanto tempo, è difficile ricostituirla e vestirla con la stessa naturalezza. Tommaso ci dice infatti che prima del covid usciva molto più di quanto non faccia ora, nonostante da tempo siano state tolte quasi tutte le limitazioni: i gruppi si sono ridotti e molti contatti sono andati persi. Ci confrontiamo con lui su un fenomeno che, invece, sembra essere cresciuto.

Negli scorsi mesi, a Bologna come in altre città, sono aumentati gli episodi di violenza – quali risse e rapine – da parte di gruppi di minori che nel fine settimana si incontrano nelle zone centrali. Le forze dell’ordine hanno avviato, nel mese di febbraio, un’attività di schedatura e fotosegnalamento preventivi contestata da alcuni consiglieri comunali del Partito Democratico e di Coalizione Civica e supportata invece dagli esponenti della Lega. Secondo Tommaso, che il fenomeno delle baby gang si sia diffuso di più dopo le chiusure dovute alla pandemia non è solo una percezione: “È aumentato. Vedo che ora i miei compagni si portano dei coltelli proprio per autodifesa. Non so cosa può c’entrare il covid, ma queste cose si sono accentuate”.

Individuare dei precisi rapporti di causa-effetto non è semplice, così come comprendere le ragioni profonde del senso di necessità, da parte degli adolescenti, di portare con sé un coltello per difendersi o affermarsi. “Per il rispetto”, suppone Tommaso, pur prendendo le distanze da questi comportamenti, “perché se uno ti prende in giro e tu hai il coltello lui ha paura, come tutti, e quindi ti fai dare rispetto”. Sulla pratica di schedatura e fotosegnalamento attivata dalla questura di Bologna, pur non immaginando soluzioni alternative alla prevenzione della violenza, afferma: “Secondo me non funziona molto, alla fine schedare o perquisire dei ragazzi non è bello. Forse dovrebbero farlo solo quando succede davvero qualcosa”.

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