di Pierloreto Fallanca/Sono ormai quasi le 20:00 in sezione. La possibilità di telefonare a casa è già terminata, il centralino stacca alle 19:30. I detenuti chiacchierano e scherzano nei pressi dei quattro termosifoni del corridoio, fumando un buon numero di sigarette mentre nella saletta della socialità si danno le carte per le ultime mani del burraco. Suona il campanello. “È il corvo!”, esclama qualcuno. È il nomignolo che i detenuti danno all’agente dell’ufficio matricola che porta le notifiche la sera. Corvo, perché con un’altissima percentuale le notifiche che porterà saranno brutte notizie. Rigetti, inammissibilità, rinvii, rifiuto dei giorni di liberazioni anticipata, altri definitivi o notifiche di altri processi. Ogni tanto arrivano anche le notizie positive, ma è veramente raro.
“La sala d’attesa”
Chi chiamerà? Tizio oramai aspetta i giorni da tre mesi e mezzo: giorni di liberazione anticipata con cui potrebbe finalmente andare sotto i termini dei quattro anni per accedere al beneficio dell’affidamento in prova ai servizi sociali, ma a quanto pare il magistrato di sorveglianza ha perso la richiesta. Pensare che aveva richiesto i giorni già due anni fa, prima del Decreto Legislativo “umanizzazione carceri”, con cui ora la richiesta può essere fatta solo per accedere ai benefici. Nel frattempo è passato sto decreto, e quindi il magistrato non gli ha mica risposto, dato che con i giorni non accedeva ai benefici. Ha pazientemente aspettato altri due anni e ha ripresentato la richiesta, perché questa volta scende sicuramente sotto i termini. Ma nel frattempo è uscita la sentenza della Corte Costituzionale che dice che quella riforma ha profili di incostituzionalità. Probabilmente il magistrato non risponderà neanche stavolta e con questa sentenza dovrà rifare tutto da capo.
Caio invece aspetta ancora la fissazione della camera di consiglio, dopo che è stata rinviata per ben quattro volte: una volta mancava l’informativa della Direzione Distrettuale Antimafia, un’altra volta non c’era il suo avvocato, la terza volta gli è stato battuto che non aveva pagato gli ultimi settanta euro delle spese processuali, e nell’ultima udienza mancava la relazione di sintesi del carcere. Un anno e mezzo di rinvii, oramai al suo fine pena mancano pochi mesi, ha anche terminato di scontare tutto il reato ostativo. A questo giro dovrebbe uscire, sempre che gliela fissino entro due mesi, che se no gli scade la disponibilità del lavoro e siamo punto e a capo.
Sempronio infine aspetta la notifica di questo benedetto “continuato” da due mesi: se gli arriva esce, ma nella prima notifica c’era un errore materiale. Gli hanno tolto otto mesi invece di un anno e otto mesi. L’avvocato ha fatto notare l’errore, e allora glielo hanno rinotificato, ma questa volta gli hanno tolto solo l’anno: si sono persi gli otto mesi. Oramai non ci spera più. Niente, alla fine sono arrivati due rigetti per i nuovi giunti della sezione. A uno hanno convalidato l’arresto e non uscirà ai domiciliari: mancava la misura catastale della casa di proprietà della madre e quindi dovrà farsi ancora un po’ di galera. Per l’altro non c’è una casa disponibile: ha rubato cinque bottiglie di olio, tre chili di grana e quattro bottiglie di vino per vendersele per poi comprarsi da mangiare, ma la sua casa è sotto il ponte.
Rimarrà qui probabilmente per l’invernata. Attesa, attesa, attesa. Tocca aspettare, pazientare, sottostare ai tempi della magistratura di sorveglianza o delle procure che non rispettano di certo i dettami costituzionali.
Un sovraffollamento reale
In realtà, più che in carcere pare di essere all’interno del film “Non ci resta che piangere” di Benigni e Troisi, più precisamente nella famosissima scena, ripetuta all’infinito in loop di: “Chi siete? Dove andate? Un fiorino”. Con l’aggravante che siamo in un carcere, un carcere oramai sempre più sovraffollato. Il sovraffollamento c’è sempre: per gli agenti –che sono pochi – per gli educatori – che non riescono a redigere con costanza le relazioni di sintesi – per gli esperti, che fanno pochi colloqui rispetto a quelli necessari per seguire adeguatamente un detenuto definitivo. Ma il sovraffollamento per i detenuti che vivono in meno di sei metri quadri calpestabili in due invece, che fine fa? Ah, è vero, a Bologna non c’è il sovraffollamento: dicono dalla regia che i 6,20 metri quadrati calpestabili li ha misurati il magistrato di sorveglianza, che non ha mai visto com’è fatta una cella e non è mai entrato dentro una per visitarla.
Il sovraffollamento sovrasta tutto poi, anche i progetti trattamentali. Pensa te che la sezione del rugby oramai è diventata una sezione mista nuovi giunti e rugby, con il paradosso di essere una sezione aperta per dodici ore per trentacinque detenuti, mentre per gli altri quindici è una sezione chiusa con una sola ora d’aria, che neanche in 41-bis fanno solo un’ora d’aria. Una sezione a metà, che roba! È forse trattamentale anche questo? No. Sovraffollamento e mancate risposte, ecco la reale normalità carceraria.
In mezzo a tutto questo c’è chi pensa che il carcere serva per ricucire lo strappo che si crea con la società commettendo il reato. Che serva per far comprendere al reo gli errori e le regole che ha infranto, proponendo un graduale reinserimento nella società. Ma per ricucire lo strappo, serve anche che le istituzioni si diano una mossa. Quelle stesse istituzioni che non rispondono alle istanze nei tempi previsti, in una condizione di sovraffollamento strutturale, che dura da oltre vent’anni, e nemmeno l’ultimo indulto o la Torreggiani hanno saputo fronteggiare. Le stesse istituzioni che continuano a creare nuove fattispecie di reato e a incrementare le pene, senza pensare a risolvere il problema con strumenti deflattivi per alleggerire la situazione carceraria insostenibile. Situazione che ha già portato a otto suicidi nel 2026: e si continua a morire di carcere.
Tentativi di attirare l’attenzione
Ogni anno suicidi, autolesionismo, scioperi della fame e della sete avviati per mancanza di ascolto delle proprie richieste, per mancanza di risposte. Risposte che però le istituzioni pretendono di avere in una condizione in cui il carcere è un vero e proprio campo minato, dove cercare di evitare rapporti per via di scaramucce con gli agenti o con altri detenuti è praticamente impossibile. Chiusi in gabbia tra sbarre, in cinquanta in un corridoio di cinquantacinque metri e largo tre, è veramente un’impresa seguire il proprio “percorso”.
Quindi, quali sono davvero gli strumenti necessari per ricucire lo strappo con la società?
Mi dispiace, ma sul piano dove sono ubicate le nostre sezioni detentive, le uniche ricuciture che si vedono sono quelle quotidiane con aghi e fili da sutura sulla pelle dei ragazzi che si tagliano, che si squarciano letteralmente, perché non ascoltati e perché non hanno risposte. Perché continuano a rimanere dentro per i giorni che non arrivano, per i continuati che tardano a essere notificati, per i rinvii o i rigetti delle udienze per affidamenti e semilibertà. E il sovraffollamento continua: a quando il ritorno della terza branda in cella?
Di sicuro ricuciremo il nostro strappo. Sì, prima o poi lo faremo. Auspicando che ciò possa avvenire accedendo alle misure alternative, come previsto tra l’altro dalla legge. E ciò non vuol dire andare in affidamento a un anno dal fine pena o in semilibertà quando mancano tre mesi. Ma prima, che imparino ad ascoltarci e a risponderci, possibilmente in tempo e prima del nostro fine pena. Per evitare che le uniche ricuciture siano solamente quelle dei punti di sutura e che il tempo passato in carcere rimanga solo un mero tempo d’attesa.
(Articolo pubblicato sulla rivista “Le voci di dentro”)





