di Athos Vitali/ C’è un cono d’ombra in cui si muovono gli anziani in carcere.
La carcerazione per le persone che hanno raggiunto i settant’anni è una sofferenza superiore a quella correlata all’espiazione della pena detentiva. A lungo termine, poi, secondo studi medici, etnografici, antropologici e socio-criminologici la reclusione comporta un peggioramento delle capacità di apprendimento, con conseguenze devastanti per la salute mentale. Ulteriori problematiche sono legate anche all’insorgenza di patologie croniche come malattie cardiovascolari e respiratorie, o malattie infettive aggravate dalle condizioni detentive spesso caratterizzate da sovraffollamento, scarsa igiene e insufficiente assistenza sanitaria. In questi contesti, l’età avanzata diventa un fattore di vulnerabilità estrema, che il sistema penitenziario fatica a riconoscere e gestire adeguatamente.
Da ultimo, si registra un indebolimento comunicativo che tende a sostituire la parola con l’aggressività, esasperata dagli ambienti dove vige la legge del più forte.
Allo stesso modo gli spazi ristretti possono causare un’anestetizzazione olfattiva e sordità. La menomazione sensoriale produce conseguenze negative per tutti i detenuti, ma conseguenze molto più incisive per le persone anziane, le quali, oltretutto, in carcere non dispongono delle attrezzature adeguate a supportarli.
Nonostante ciò, dal 2010 al 2022, il numero di detenuti anziani è quasi raddoppiato, mettendo ancora più in crisi un sistema che non riesce a trasformarsi. Le strutture restano pensate per una popolazione giovane e autosufficiente, mentre cresce una fascia di detenuti fragili e bisognosi di cure e attenzione specifica.
Siamo persone invisibili e costituiamo il sottofondo di una carcerazione impoverita dalle esigenze di coloro che sono entrati nella terza età. Sembra che nessuno ci ascolti e accolga le nostre richieste e così il tempo della pena si trasforma in un tempo sospeso, in cui alla sanzione si aggiunge l’ulteriore sofferenza di sentirsi dimenticati.





