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Di seguito un’intervista tratta dall’ultimo numero.

Il diritto di restare

Intervista a Casa Vacante, nuova occupazione abitativa in centro a Bologna
di Laura Canu e Noemi Valentini

Il 5 ottobre Bologna si è svegliata con una nuova occupazione abitativa in via Capo di Lucca 22: “Casa vacante”. Studentesse e precarie del collettivo LUnA, con il supporto di ADL Cobas, hanno deciso di occupare uno spazio pubblico inutilizzato, una palazzina di tre piani di proprietà ASP (Azienda Servizi alla Persona), in risposta alla crisi abitativa e sociale che la nostra città sta vivendo. Siamo andate sul posto per capire meglio di cosa si tratta.

Come mai avete deciso di occupare questo spazio?

L’occupazione nasce da un problema sociale evidente, un problema abitativo che riguarda sempre più fasce, non solo marginali come viene spesso detto, ma a composizione sempre più studentesca e giovanile, precaria e lavorativa. È un problema trasversale dovuto a nostro avviso anche al modello di città e di economia che a Bologna è sempre più legato, da un lato, alla turistificazione (all’espansione dell’aeroporto, del turismo mordi e fuggi e di piattaforme di affitto breve come AirBnb), e dall’altro, alla crescita di studentati di lusso o comunque di compagnie anche multinazionali che si sostituiscono alla tradizionale risposta abitativa legata in questo caso agli studenti. È un problema legato al reddito sostanzialmente, che per la maggior parte di queste persone viene sempre più assorbito dall’affitto; inoltre c’è anche un problema di offerta adeguata, perché le case che possono essere abitate da chi qua viene a studiare o lavorare o ci vuole restare in maniera dignitosa vengono meno perché sono sempre più incanalate in questo mercato.

Chiaramente questo avviene in un periodo in cui ciclicamente, da diversi anni, con l’inizio dell’anno accademico e la fine dell’estate, vediamo l’emergere di questa problematica, ora esasperata anche dal costo della vita che sta crescendo, dal costo dell’energia, delle bollette e poi di conseguenza di tutto.

Quindi questa occupazione è un po’ una risposta ad una situazione bloccata, legata al diritto all’abitare ma non solo. Legata, dal punto di vista politico, alle istituzioni locali che sono consapevoli, che hanno provato – e questo lo riconosciamo – a mettere in campo delle politiche, delle misure per rispondere a questo problema ma evidentemente sono misure parziali che avranno forse un effetto nel medio o lungo periodo ma che non risolvono un problema che c’è qui e ora nell’immediato.

Cosa chiedete quindi alle istituzioni?

Il nostro è un modo per sbloccare un po’ la situazione e speriamo sia una sperimentazione che possa essere riprodotta, anche con forme di avvio diverse (ma non necessariamente). Chiediamo che spazi come questi, che sono di proprietà pubblica (in particolare di ASP), messi in vendita sostanzialmente (in piano di alienazione) non vadano ad alimentare ancora di più quel mercato immobiliare privato che è saturo e fuori dalle possibilità delle persone. Nello specifico quindi chiediamo che questo spazio venga destinato a progetti anche di utilizzo temporaneo che rispondano effettivamente a queste esigenze abitative di medio periodo, con un tempo comunque adeguato ad insediarsi in città e trovare poi una collocazione dignitosa.

L’altra cosa, che sta tra il piano locale e quello nazionale, è una regolamentazione per contenere l’espansione degli affitti brevi in primis, e in secondo luogo – parlando qui anche dell’Università, che è l’altra grande istituzione di questa città – di reperire immobili inutilizzati sul mercato privato per destinarli a studentati ed abitazioni che non siano però di lusso, con tariffe esorbitanti per le quali le persone stesse o le loro famiglie devono addirittura indebitarsi.

Avete già avuto qualche risposta dal Comune?*

No, l’unica è stata quella che abbiamo letto dalle agenzie di stampa e nei telegiornali del sindaco che ha detto che loro si stanno muovendo su vari fronti, con l’assessorato alla casa eccetera e nello specifico che non era d’accordo su questa modalità [l’occupazione].

Però noi speriamo che ci siano invece possibilità di sedersi a un tavolo e provare a sperimentare forme dell’abitare diverse da quelle che già ci sono ma che sono appunto insostenibili. Quindi spazi di condivisione, di abitare sociale e condiviso eccetera eccetera.

*[risposta risalente al 5 ottobre, giorno dell’intervista. Nelle settimane successive il Comune ha avviato un’interlocuzione nella persona della Vicesindaca Emily Clancy]

Ci sono già persone che vivono qui da oggi?

Ci sono già una dozzina di persone che vivono qui e hanno questa esigenza: non sono persone senza fissa dimora, non vivono per strada al momento, ma vivono in appoggio, vivono in case che magari fra un po’ dovranno lasciare perché il proprietario gli ha già inviato la disdetta di contratto perché poi verrà alzato, raddoppiato l’affitto, eccetera eccetera.

Quindi persone che al momento hanno una soluzione abitativa ma precaria, e che quindi vivranno qua perché magari fra un mese o una settimana devono lasciare casa dell’amico perché non è più possibile restare o devono lasciare casa perché finisce il contratto, oppure che non saranno più in grado di sostenere un affitto già alto prima e che con il costo della vita in generale e con le condizioni precarie e sottopagate che esistono nell’economia cittadina di Bologna non è più sostenibile.

Foto di copertina: Margherita Caprilli



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