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Pubblichiamo qui un articolo dell’ultimo numero.

Donne senza dimora: tra invisibilità e rischi
Intervista a Daniela Leonardi, ricercatrice dell’Università di Parma e autrice di “La colpa di non avere un tetto”
di Federica Fiorello

L’8 marzo è il giorno in cui si celebrano le conquiste economiche, politiche e sociali delle donne. Ma è anche il giorno in cui si mettono in luce le discriminazioni e le violenze che le donne ancora oggi subiscono. Ci sono donne, in particolare, che vivono una condizione di disagio di cui nessuno si accorge e parla mai. Sono le donne senza dimora, che esistono, sono tante e vanno tutelate. Per approfondire il tema abbiamo intervistato Daniela Leonardi, ricercatrice presso l’Università di Parma dove si occupa di
Sociologia dei sistemi di welfare e autrice di diversi saggi in materia di homelessness, tra cui La colpa di non avere un tetto (Eris Edizioni 2021).

Nell’immaginario collettivo vi è l’idea che le persone senza dimora siano soprattutto uomini e che il numero di donne in strada sia molto più basso. È davvero così o vi è una percezione distorta del fenomeno?

Stimare numericamente la presenza delle persone senza dimora è davvero molto difficile. Cercando di non entrare in tecnicismi, solitamente le statistiche rispetto all’entità del fenomeno vengono realizzate calcolando il numero dei passaggi dei beneficiari nei servizi di accoglienza in un dato
intervallo di tempo. In alcuni casi le indagini statistiche cercano di stimare anche la presenza delle persone in strada, compito, evidentemente, ancor più difficile. A monte ci sarebbe anche un discorso da fare rispetto al fatto che la questione stessa della definizione di chi rientra nella categoria di persona senza dimora è complessa, poiché spesso si utilizzano criteri differenti. Per chi volesse approfondire, un riferimento rispetto alla definizione è
rappresentato dalla tipologia conosciuta con l’acronimo ETHOS (European Typology of Homelessness and Housing Exclusion). In ogni caso, l’entità numerica è sottostimata poiché ci sono molte persone sprovviste di dimora che non accedono ai servizi di accoglienza perché non possono – magari
poiché non in possesso di documenti regolari – perché non vogliono o, ancora, perché non in grado. All’interno della popolazione senza dimora, le donne sono solitamente maggiormente invisibili in quanto, a livello generale, vivono meno per strada poiché questo le espone a tutta una serie di rischi aggiuntivi e, inoltre, spesso si trovano a vivere in abitazioni altrui e dunque non accedono ai servizi di accoglienza notturna pur se formalmente sono senza dimora. Capita, inoltre, che abbiano riluttanza nel rivolgersi ai
servizi sociali se hanno figli/e minorenni. Questi sono alcuni degli aspetti che contribuiscono a consolidare l’idea che sia un fenomeno soprattutto maschile mentre, in realtà, la homelessness maschile è semplicemente più visibile.

In merito alla sicurezza, le donne senza dimora corrono gli stessi rischi degli uomini o sono più esposte ai pericoli?

Spesso già di per sé pericolosa, per le donne la vita in strada comporta rischi aggiuntivi di violenza e pericoli. La tutela della salute è particolarmente difficile. Le donne con patologie psichiatriche sono particolarmente esposte. Oltre che rischiosa, la vita in strada è estremamente logorante, perciò, ritengo importante ribadire la necessità di interventi che riescano a prevenirla il più possibile.

Secondo lei i servizi a supporto delle persone senza dimora tengono conto dei bisogni specifici delle donne?

Come possiamo leggere su The Lancet Public Health le molteplici forme di violenza che moltissime donne subiscono dal partner intimo (IPV) – secondo le stime, l’IPV interessa 641 milioni di donne nel mondo – rappresentano la prima tra le cause di homelessness femminile e, con tutta probabilità, anche tra le soggettività LGBTQI+. Situazione che con la pandemia si è ulteriormente aggravata, come si evince dal monitoraggio delle chiamate ai numeri antiviolenza che, soprattutto con i lockdown, sono sensibilmente aumentate. La rivista scientifica mette in luce gli esiti positivi che gli interventi di tipo abitativo hanno sul benessere psico-fisico delle beneficiarie. Credo, dunque, che un primo punto di attenzione debba riguardare proprio la possibilità, da parte delle donne senza dimora, di usufruire di adeguate soluzioni abitative che possano garantire sicurezza, tranquillità, stabilità. I servizi a supporto delle persone senza dimora maggiormente diffusi sono rappresentati da sportelli di segretariato sociale, mense, dormitori, bagni pubblici. Servizi importanti e necessari ma accanto ai quali è altrettanto necessario predisporre adeguati interventi abitativi.

Quando si parla di violenza di genere non si pone mai l’accento sulla violenza contro le donne senza dimora. Le donne che vivono in strada sono vittime invisibili di questo fenomeno. Questa invisibilità si riflette anche sulla possibilità di ricevere supporto specifico. Come pensa che si possa affrontare questa criticità?

Rispetto a questa domanda, penso che la priorità sia prevenire il più possibile la vita in strada: garantire alle donne che non hanno, per svariati motivi, un’abitazione sicura adeguata, le condizioni di disporne. A quel punto sarebbero realmente in condizione di scegliere senza ricatti dove e come vogliono vivere. Non di rado, infatti, le donne restano presso nuclei familiari violenti, sotto ricatto, perché non hanno l’indipendenza economica, per paura di perdere figli/e se ne hanno o perché l’alternativa disponibile
prevederebbe comunque l’obbligo di trascorrere tutta la giornata in giro. Per questo gli interventi abitativi sono prioritari e rappresentano un’importante forma di contrasto alla violenza maschile sulle donne e di genere, oltre che una forma di prevenzione alla homelessness. Credo che adeguati interventi di contrasto alla violenza sulle donne e sulle soggettività LGBTQI+ siano efficaci anche nel caso delle donne senza dimora, dopodiché, per coloro che dovessero scegliere di vivere in strada, penso sarebbe importante adottare uno sguardo femminista sulle città e sugli spazi pubblici che troppo spesso sono costruiti, organizzati su un modello maschile, per una fruizione maschile, «a man-made world» scrive Leslie Kern geografa urbana, autrice di Feminist City. In questo modo gli spazi pubblici sarebbero più ospitali e
adeguati alle esigenze delle donne che vivono in strada.

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