di Igli Meta/ Collaboro con la Redazione “Ne vale la pena” e ho avuto l’occasione di intervistare un altro detenuto recluso nell’istituto penitenziario di Bologna. Il detenuto intervistato, A., è in carcere da tre anni.
Comincia a raccontare che è finito dietro le sbarre per la prima volta a ventitré anni per vari reati che ha cominciato a commettere quando ne aveva quattordici. Quando gli chiedo com’è entrato in questo mondo criminale a un’età così giovane, lui risponde in modo diretto: “Ci sono nato”. Gli chiedo spiegazioni riguardo questa sua affermazione perché non riesco a seguirlo.
A. dice che ha cominciato a fare uso di droghe in compagnia di suo padre. Da quel momento è iniziato il suo calvario perché questo ha comportato anche iniziare a spacciare. All’età di 19 anni si è ritrovato solo poiché suo padre era finito in carcere e sua madre si era sposata con un altro uomo. Per poter campare faceva l’unica cosa che gli era facile: delinquere. Oltre allo spaccio in quegli anni cominciò a commettere anche furti. Inoltre, in quel momento così tormentato della sua vita, per poter affrontare la sofferenza cominciò ad assumere altre sostanze, quali l’eroina e il crack. La storia non poté andare avanti a lungo poiché dopo poco tempo venne arrestato. Non fu portato in carcere, ma sottoposto a una misura alternativa presso i propri nonni. Da quel momento riallacciò di nuovo i rapporti con la madre e grazie al suo aiuto smise di commettere reati, ma si accorse che aveva un grosso problema con la droga. Provò a iscriversi al SerDP, però comprese che era passato dalla padella alla brace. Infine, arrivò il definitivo e anche per lui si spalancarono le porte del carcere.
Adesso siamo qua e A. ha 26 anni. Dice che i primi mesi ha sofferto tanto dietro queste sbarre.
Davanti a me ho un ragazzo che non si avvicina per niente alla descrizione di quello che si legge sopra: è un ragazzo nuovo. Consapevole di quello che è stato, di quello che è e di quello che sarà.
Parlando con A. rimango sorpreso quando afferma che la carcerazione lo ha aiutato tanto a riscattarsi.
Ci tiene a precisare, però, che il segreto di questo cambiamento è dovuto alla sua grande volontà di cambiare. Quando gli chiedo quale sia lo strumento che più l’ha aiutato nel percorso di redenzione, lui risponde in primis la religione, poi cita il lavoro e lo sport. Proseguendo il dialogo sostiene che, pur essendo recluso, oggi si sente libero perché non è più dipendente da nessun tipo di sostanza: mi dice che è riuscito anche a smettere di fumare le sigarette.
Alla fine dell’intervista, gli chiedo cosa si aspetti dal futuro e come si veda fuori da queste mura. Ci tiene a sottolineare che sicuramente sarà lontano dalla persona che era prima, lontano dal vecchio contesto. Afferma: “Voglio vivere una vita semplice perché non ho mai avuto modo di vivere”.
Per fortuna ci sono anche questi casi eccezionali come A. che ci mettono tutta la loro anima per cambiare, nonostante gli ostacoli che comporta vivere in questo luogo disfunzionale.





