di Maurizio Bianchi/Nel carcere di Bologna i detenuti vivono una situazione emergenziale, che restringe drammaticamente la prospettiva di un percorso positivo verso la libertà.

Nessuno è perfetto, tutti abbiamo limiti e gli errori accompagneranno sempre la nostra vita, sia quando facciamo che quando non facciamo. Proprio la consapevolezza dell’imperfezione che caratterizza ogni aspetto della vita può spingerci all’azione, nella ricerca di un miglioramento di noi stessi e della nostra esistenza.
Per noi detenuti è facile rimanere bloccati anche col pensiero e con le emozioni, oltre che fisicamente qui fra queste mura, sui nostri errori e su tutto il negativo del passato. Eppure forse anche la nostra vita è stata meglio di quanto oggi la consideriamo, e se, pur in una situazione così difficile, riusciamo vedere le luci che sicuramente sono presenti nella storia di ognuno di noi, troviamo la forza per sperare e per andare avanti. Quante volte ci sentiamo dire che dobbiamo andare avanti, che dobbiamo prenderci cura di noi stessi, che c’è sempre un’occasione per imparare e per arricchirsi interiormente. E questo riesce soprattutto se sappiamo guardare con coraggio in faccia alla realtà, se non accampiamo scuse e non ci nascondiamo dietro ad alibi inconsistenti. 
La vita carceraria è un percorso ad ostacoli, e la sfida è non arrendersi.

Ma ci sono situazioni che almeno in prima battuta appaiono insostenibili e inspiegabili, e che ci mettono in crisi proprio riguardo alle aspettative più pressanti della detenzione, nel cammino verso la libertà. La burocrazia che pervade tantissimi aspetti della nostra quotidianità a volte pare un ostacolo insormontabile. E proprio il sistema burocratico senza logica ci ha portato, negli ultimi mesi, a una condizione molto pesante, che blocca le speranze di molti di noi, perché incide in modo rilevante sulla concessione di benefici e misure alternative. 
Già da tempo nel carcere di Bologna gli educatori (o funzionari giuridico pedagogici) sono presenti in numero significativamente inferiore al fabbisogno, e a questo si è di recente aggiunta l’uscita quasi contestuale di due magistrati dal Tribunale di Sorveglianza, ad oggi non sostituiti. Il sistema che dovrebbe gestire i nostri percorsi di rieducazione è al collasso, perché mancano le figure chiave, generando nelle persone recluse un diffuso senso di abbandono.

La conferma della gravità della situazione è arrivata anche a seguito dell’incontro, che si è tenuto qui alla Dozza qualche giorno fa, fra la Direzione, la Presidente del Tribunale di Sorveglianza ed una rappresentanza di detenuti. Non è usuale questo tipo di incontri, e per questo ci siamo resi conto che stiamo davvero attraversando un momento molto difficile. Abbiamo comunque apprezzato la volontà, da parte della Presidente, dr.ssa Fiorillo, di fornirci spiegazioni ed indicazioni con un incontro diretto, finalizzato a coinvolgerci responsabilmente sui problemi.
La situazione, però, rimane desolante. E si rafforza la convinzione che la macchina che gestisce il sistema dell’esecuzione penale è una macchina burocratica, poco o per nulla orientata alla finalità sancita dalla Costituzione, che è il reinserimento dei condannati nel tessuto sociale. Possibile che un trasferimento ad altra sede ed un pensionamento, eventi pienamente prevedibili e programmabili, causino una situazione emergenziale, come se le due assenze dei magistrati di Sorveglianza si fossero verificate da un giorno all’altro, come un fulmine a ciel sereno? Adesso i passaggi per le nuove nomine prevedono tempi lunghi, almeno fino all’estate. Risultato: Bologna è ufficialmente “sede disagiata”: questo è il termine utilizzato dal Ministero per indicare la situazione di crisi del Tribunale in termini di piena operatività.

L’invito è stato a non presentare istanze non urgenti almeno fino a luglio (ad esempio le liberazioni anticipate con un fine pena lontano) o richieste di permessi premio se non se ne è mai usufruito, perché non potranno comunque essere vagliate.
E sul fronte educatori l’unica informazione è stata che a breve ci sarà un’altra uscita, quando già oggi l’area pedagogica è in piena crisi.
Insomma come guardare avanti? Come alimentare la speranza in una prospettiva positiva?

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