di Alex Frongia / C’è un’idea meravigliosa e decisamente romantica che fluttua nella testa di chi sta fuori: l’università come il tempo degli aperitivi, delle tesi rilegate in finto cuoio e delle crisi esistenziali consumate nei caffè del centro. Poi c’è la mia versione. Un lunghissimo, entusiasmante e per nulla logorante viaggio che, subito dopo la maturità, mi ha visto “trasferito” direttamente dal carcere di Bologna a quello di Modena. Non esattamente un cambio di facoltà per motivi di studio, diciamo. Piuttosto, un cambio di cella forzato.
Provateci voi a dare un senso alla parola “pedagogia generale e sociale” quando intorno a voi la socialità è ridotta ai minimi termini e la pedagogia sembra un lusso per anime candide. Studiare in questo contesto è un esercizio di puro equilibrismo mentale. In cella siamo in quattro: uno spazio stretto, condiviso, dove la convivenza quotidiana segue i suoi ritmi e dove mettersi a preparare esami universitari è semplicemente impossibile. Come se non bastasse, sono l’unico iscritto all’università di tutto il padiglione. A differenza di quanto accade in altri istituti, dove i detenuti studenti vengono visti quasi come degli inutili privilegiati che passano il tempo a giocare dietro lo schermo di un computer, qui la realtà ha tutto un altro sapore. Nessun privilegio, nessuna scorciatoia.
Il mio intero universo accademico si deve ridurre a una piccola saletta fuori dalla cella, incastrata strategicamente tra l’ufficio comando e la cucina. Quattro mura spoglie che contengono esclusivamente un tavolo e due sedie. Niente di più, niente di meno.
Eppure, ironia della sorte, quel posto per me è diventato speciale. Una terra di nessuno sospesa tra i rumori dei piatti, l’odore del cibo e i passi pesanti della burocrazia dell’istituto. È lì dentro che ho assaggiato il sapore del mio primo esame. Un sapore fatto di incertezza assoluta, quasi accecante. Quando studi completamente da solo, senza la possibilità di confrontarti con nessuno, non hai un metro di giudizio. Non puoi girarti verso un compagno di corso e chiedere: “Ma tu questa parte l’hai capita?” Sei tu, il libro e il vuoto. Ti interroghi da solo, ti rispondi da solo, sperando che la tua mente non ti stia ingannando e che quel briciolo di preparazione basti a colmare la distanza con il mondo esterno. In certi giorni, aprire un manuale di cinquecento pagine su quel tavolo nudo sembrava una barzelletta di cattivo gusto.
Qui lo studio smette di essere un passatempo o un passaporto per stare al PC. Diventa l’unica arma a disposizione. Una forma di resistenza silenziosa, ostinata, quasi sfacciata. Seduto su una di quelle due sedie, ogni pagina letta era un centimetro di muro abbattuto, ogni concetto capito era un giorno di libertà mentale che nessuno poteva sequestrarmi.
Ma la resistenza, si sa, non si fa da soli. Ed è qui che il sarcasmo deve per forza lasciare il posto a qualcosa di più pulito. Se ho potuto avere quei libri da appoggiare su quel tavolo, se ho potuto consumare le pagine di pedagogia invece di subire passivamente il tempo, lo devo a chi, fuori, ha deciso che valeva la pena scommettere su di me. A quelle persone che hanno messo mano al portafoglio per comprarmi i testi, che hanno creduto che la mia mente meritasse un’evasione quotidiana attraverso la conoscenza: grazie. Non avete semplicemente comprato dei libri; avete finanziato la mia libertà.
E allora arriviamo a oggi. Arriviamo a quel momento in cui la sofferenza decide che ha taciuto abbastanza e lascia spazio a una gioia che quasi non riconosco.
Pedagogia generale e sociale: 30 e lode. Sì, avete letto bene. Quel pezzo di carta virtuale dice che ce l’ho fatta, e con il massimo dei voti. Guardare quel risultato significa guardare Modena, Bologna, le sbarre, l’ansia del primo esame in totale solitudine e tutta la fatica degli ultimi mesi, e vederli improvvisamente rimpicciolire. Quel 30 e lode è la dimostrazione che le mura possono contenere un corpo, ma che una saletta tra l’ufficio comando e la cucina, con solo un tavolo e due sedie, può trasformarsi nel più grande palcoscenico del mondo se la mente decide di correre. Oggi si festeggia, anche se dentro. Perché oggi, la lode più grande è essere rimasti umani.





