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di Igli Meta / Da un po’ di tempo scrivo “lettere” con una ragazza che è reclusa da più di tre anni. Lo scambio epistolare fuori da queste mura ormai è abitudine d’altri tempi, ma in galera rimane tuttora lo strumento principale per poter comunicare con il mondo libero oppure, come in questo caso, con persone rinchiuse in altre carceri.

Ho deciso di scrivere questo articolo per dare, in qualche modo, voce alle 2.804 donne presenti nelle carceri italiane, circa il 4% delle persone recluse. Spesso, quando parliamo di carcere, facciamo l’errore di pensare soltanto agli uomini, ma non dobbiamo dimenticare che dietro queste mura sono ristrette anche loro, le donne. Inoltre, questo articolo è stato voluto in primis da Stella, nome di fantasia scelto per tutelare la sua privacy.

Stella, nella sua presentazione, mi racconta che, nonostante i pochi anni di condanna – per modo di dire – ha dovuto girare diversi istituti penitenziari. Ovunque sia andata, ha vissuto in condizioni fatiscenti e di sovraffollamento. Percepisco subito, fin dalle prime lettere, la sua frustrazione per la condizione in cui si trova.

Mi scrive che ha cominciato a fare uso di droghe all’età di tredici anni e, nel corso della sua vita, è passata dal crack fino a sprofondare nell’abisso dell’eroina. Ha iniziato a spacciare per procurarsi i soldi per l’acquisto della sostanza stupefacente ma, come spesso accade, i guadagni non bastavano; perciò, ha commesso anche estorsione.

Quando mi racconta la sua storia di vita, fatta prevalentemente di dipendenze, aggiunge: “La cosa che mi fa star male è aver perso tutto sto tempo ed essere arrivata ad annientarmi per capire che stavo sbagliando, che stavo facendo male a me stessa, ma anche alle persone che mi circondano”.

Inoltre, nelle lettere che mi invia, Stella afferma addirittura che: “Il fatto di essere stata arrestata mi ha salvato la vita, perché se fossi rimasta fuori non so come sarebbero andate le cose”. Senza vergogna, ammette di fare ancora uso di metadone, ma specifica di essere all’ultimo traguardo e di essere convinta di smettere definitivamente.

Nel nostro contatto epistolare c’è una sintonia particolare, per dirla con le parole di Stella, questa comprensione è dovuta al fatto che: “Sappiamo a vicenda cosa significa vivere in questi postacci”.

Dai racconti della sua giornata tipo, spaventa il fatto che la monotonia che governa le giornate nei reparti detentivi maschili sia la stessa anche nella sua sezione. Quella monotonia imposta dalle sbarre e dalle barriere della struttura carceraria mi fa capire che la detenzione non fa differenze di genere.

Quando le domando come si viva al femminile, mi risponde spesso facendo un paragone con la sezione maschile. Mi dice subito che quest’ultima è più avvantaggiata, perché vi sono tanti corsi, laboratori e opportunità lavorative. Nelle sue parole emerge la percezione di un trattamento differente da parte delle istituzioni nei loro confronti. È come se fossero in secondo piano, trascurate, per non dire dimenticate, da chi ha il dovere costituzionale di garantire una dignitosa detenzione e le giuste opportunità per riprendersi la propria vita in mano. In questo caso, posso dire che a tutti gli effetti vi è una discriminazione di genere da parte del sistema nei confronti delle donne.

Per quanto riguarda la vita detentiva, Stella dice che al femminile è un delirio: “Noi donne in carcere siamo allucinanti, almeno voi uomini siete più uniti tra di voi. Qua invece vi sono sempre competizioni e gelosie per qualsiasi cosa”. Tuttavia, ammette che con alcune compagne di detenzione si sono creati rapporti molto solidi e speciali. Ritengo che quest’ultimo aspetto sia la caratteristica più bella e anche quella che più contraddistingue la vita detentiva femminile rispetto a quella maschile. Nonostante anche nella sezione maschile si possano creare legami autentici di amicizia, non potranno mai raggiungere l’intimità dei rapporti che nascono nella sezione femminile. Insomma, come qui da noi, anche nei reparti femminili la convivenza forzata con persone che non si conoscono rimane uno dei problemi principali.

Una delle caratteristiche più estenuanti del carcere, per entrambi i generi, è l’attesa. Proprio per questo Stella scrive: “L’attesa qui dentro ti uccide. È tutto un attendere. Non solo l’attesa del fine pena, ma per qualsiasi cosa, anche per la più insignificante, si deve aspettare. Per ogni tipologia di richiesta si deve attendere un’infinità di tempo prima di ricevere la risposta”.

Attendendo di essere scarcerata e aspettando risposte di ogni tipo, tra le quali la mia ultima lettera, Stella mi racconta che, nel frattempo, per rompere la noia e sfogare la propria frustrazione, passa il tempo disegnando, scrivendo, cucinando, ascoltando musica e non fa altro di particolare, perché la galera non offre alternative.

Capisco, dalle sue lettere, che una donna dietro le sbarre soffre più di un uomo, perché il carcere è fatto a misura d’uomo.