di Pasquale Acconciaioco/ Prendo la caffettiera, la preparo e l’appoggio sul fornellino. Nell’attesa che il caffè esca, penso. A volte in carcere, chiusi in cella, si pensano tante cose, che poi pian piano svaniscono nel nulla. Sto pensando di scrivere un articolo, qualcosa di bello da poter far leggere, magari su un argomento leggero, poco impegnativo. Preparare un articolo in carcere è un’impresa, perché la sensazione è di essere a corto di argomenti, di non sapere di cosa parlare, in questa condizione di esclusione dalla vita “normale”.

Il caffè è già uscito, è già stato bevuto e la caffettiera ben lavata, ma sull’articolo niente, neppure una piccola e insignificante idea per cominciare a scrivere. Guardo fuori dalle sbarre fissando alcuni punti a casaccio e penso che al di là del muro di cinta accadono tante cose. Immagino sia più facile scrivere articoli se si vive oltre la barriera. Oppure forse non è così, dal momento che ci sono migliaia di giornalisti che sfornano innumerevoli pezzi ogni giorno.
Forse, una volta fuori, perderà parecchie abitudini che mi hanno accompagnato in questo lungo viaggio; ad esempio preparare la macchinetta del caffè per bere una tazzina in cella in compagnia di altri detenuti lascerà il posto a una buona birra fresca da bere con qualcuno al bar. L’attesa dell’apertura della cella o quella del carrello del mangiare non ci sarà più, e sarò anch’io coinvolto nei ritmi frenetici della vita di tutti i giorni, dove tutti corrono, tutti hanno fretta. Perfino agli autobus, a volte, arrivano in anticipo, così chi ha corso per riuscire a prenderlo deve aspettare quello successivo. È pur sempre un’attesa!

La voce dell’assistente che urla “aria” alle nove del mattino e non contento continua a gridare i cognomi di qualche ritardatario fino alle nove e dieci sarà solo un brutto sogno. Forse mi tornerà in mente quando sentirò urlare qualche fruttivendolo ambulante.
Come farò fuori senza le famose “domandine”? Perderò questo divertimento? Non ci sarà nulla, fuori, di comprabile a questo moduletto che veicola tutte le nostre richieste: è un foglietto piccolo e rettangolare, codificato come mod. 393. La domandina spesso gira tutto il carcere, passa di mano in mano, da un reparto all’altro e noi incrociamo le dita sperando che arrivi a destinazione e, soprattutto, che le richieste vengano esaudite. Per ricordarmele ne porterò due fuori, una da incorniciare e appendere al muro, e l’altra per inviarla al ministro della Giustizia, chiedendo un’amnistia e un indulto, dal momento che sono passati 17 anni dall’ultima volta che è stato adottato un provvedimento in tal senso. In questi anni l’unica norma emanata per alleggerire le condizioni di vita nelle carceri e per abbreviare i tempi per l’uscita è stata la “liberazione anticipata speciale”, che prevedeva un aumento a 75 giorni dei 45 già previsti, riconosciuti come riduzione di pena per ogni semestre di buona condotta. Ma si è trattato di un provvedimento temporaneo che ha riguardato solo un periodo limitato.

Varcare l’ultimo cancello del carcere sarà come fare un salto nel futuro. Scrivere con carta e penna come sto facendo adesso per questo articolo sarà impensabile. Chissà come rimpiazzerò le due ore dedicate alla redazione “Ne vale la pena”; venti persone che si incontrano per discutere e confrontarsi dei più svariati temi non è una cosa che capita spesso fuori e forse mi mancherà. Potrebbe capitare in un pranzo di Natale, oppure in qualche luogo pubblico, ma credo sia più probabile che invece che dialogare con i presenti, le persone preferiscano rimanere col naso dentro il telefonino per “dialogare” a distanza.
Ma dimenticavo che stavo pensando a cosa scrivere nel mio prossimo articolo… Ormai è tardi, forse rinuncio per questa volta. Anzi, invece di scrivere il solito pezzo, oggi faccio una bella domandina e chiedo alla Signoria Vostra di poter fare gli auguri di Buon Natale e felice anno nuovo a nome di tutta la redazione ai nostri lettori.

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