di Piombo / “Io vi conosco tutti”. Esordisce così Claudio Bottan, ex detenuto e oggi vice direttore di “Voci di Dentro”, la rivista che pubblica gli articoli della nostra redazione. È venuto a trovarci alla Dozza con Simona, “viaggiatrice in sedia rotelle”. L’appuntamento è in biblioteca, dove si riunisce la redazione di Ne Vale la pena, per ascoltare “una storia semplice e straordinaria” come ci era stato anticipato.
Claudio ha scontato sei anni e mezzo di pena in nove carceri diverse e altri quattro anni in affidamento in prova per reati fallimentari, ammettendo di essersi lasciato prendere la mano dai soldi fino al momento dell’arresto. Il carcere di Busto Arsizio è stato tremendo, e in seguito è stato trasferito in altri istituti senza mai smettere di denunciare ciò che non andava.
L’attività di scrittura, però, gli è costata anche molti periodi di isolamento. Un’esperienza difficile, che lo ha portato a pensare di costruire ‘la corda’ per farla finita. “A salvarmi è stato il gesto del cappellano che, entrando nella mia cella, mi ha semplicemente abbracciato” ricorda Claudio. Da quel momento ha iniziato a mettersi a disposizione degli altri detenuti, soprattutto stranieri, aiutandoli a scrivere le ‘domandine’ e le istanze. Racconta di aver girato diverse carceri, da Vicenza ad Alessandria, da Viterbo a Rebibbia. Il peggiore è stato proprio Busto Arsizio, dove dormiva al terzo piano di un letto a castello e dove ha ‘vissuto’ il momento della storica sentenza Torreggiani. Eppure ogni volta ha chiesto di ritornare a Busto Arsizio.
“Perché non hai richiesto di essere trasferito in altri istituti, ad esempio a Bollate?” gli abbiamo chiesto. La risposta è stata fulminante: “Perché a Busto Arsizio, nonostante il sovraffollamento e le condizioni disumane di detenzione, ho incontrato educatrici, volontari e persino ‘guardie’ che mi hanno visto come persona”. Il cappellano lo ha aiutato e gli ha regalato una bicicletta; lui, abituato a guidare auto di lusso, si sentiva finalmente libero di ricominciare a pedalare tra mille difficoltà. È così che ha iniziato ad aggrapparsi a ogni possibilità, facendo volontariato e occupandosi della formazione di coloro che desiderano farlo in carcere.
E anche perché, confessa, ha avuto la possibilità di ‘sfogare il suo bisogno di comunicare partecipando alla redazione del ‘giornalino’ Voce Libera che allora era diretto da Federico Corona, “fratello sconosciuto di quell’altro Corona, quello noto alle cronache – dice Claudio – Federico è un giovane giornalista, sensibile alle questioni sociali, che nel tempo è diventato un fratello acquisito”.
Grazie a quanto previsto dall’articolo 21 dell’Ordinamento Penitenziario, Claudio ha lavorato alla redazione esterna della rivista e successivamente ha ottenuto l’affidamento in prova al servizio sociale, trovando impiego in un service editoriale. “Ovviamente da precario e sottopagato come succede a chi esce dal carcere e ha bisogno di lavorare” tiene a precisare.
È proprio durante quel periodo che si imbatte in un articolo online che lo colpisce: “Simona non muove né gambe né braccia, ma vorrebbe arrivare ai piedi dell’Himalaya in sedia a rotelle”. Davanti a quelle parole, racconta Claudio, ha deciso di provare a intervistarla, dicendole che gli sarebbe piaciuto raccontare la sua storia per una rivista con cui collaborava, premettendole di essere un ex detenuto. Lei gli ha risposto scherzando, chiedendogli chi avesse ucciso, ma alla fine è stata proprio lei a intervistare lui, incuriosita dal suo passato. L’intervista si è capovolta e dura da ormai dieci anni.
Lo sanno Federica, le volontarie dell’associazione “Il Poggeschi per il carcere” e Padre Marcello che hanno immaginato questo incontro.
Simona ha scoperto di essere affetta da sclerosi multipla nel 2012 e ci racconta di trovarsi in una gabbia che si restringe sempre di più. Nonostante tutto, non ha mai mollato e ha continuato a viaggiare. Nel 2016 ha organizzato una raccolta fondi per partire per l’India, chiedendo aiuto a tutti per essere autonoma. Anziché dire che era malata, perché si vergognava, diceva di avere dolore al ginocchio, esprimendo il solo desiderio di essere libera. Nel 2017 è rimasta per cinque mesi tra India, Nepal e Indonesia e Claudio ha viaggiato con lei virtualmente: ogni giorno Simona gli raccontava le sue tappe e lui scriveva i post sul blog.
Il racconto di Claudio riprende con una nota dolorosa: nel 2021 è arrivato un nuovo ordine di carcerazione definitivo, per cui è stato costretto a rientrare in carcere. Simona ricorda quel momento con amarezza: “quando me lo hanno portato via, sono stata condannata a sentirmi sola e ho dovuto arrangiarmi a cercare una badante con cui condividere la mia “prigione” quotidiana. Simona racconta di aver scritto anche al Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, sottolineando che la punizione non è stata solo per Claudio, ma anche per lei. Definisce un inferno i sei mesi di assenza del suo Claudio per un reato di tanti anni prima: “solo uno spreco di risorse mal gestite”. Ora, però, entrambi sanno che si può fare tutto senza mai demordere.
Ricominciare è stata dura, conclude Claudio, che fin dall’inizio non ha mai nascosto di essere un ex detenuto. Parlare chiaramente in faccia alla gente paga, bisogna essere trasparenti, e raccontarlo apertamente lo ha aiutato a superare il pregiudizio. Si sente un giornalista a tutti gli effetti, anzi, “affetto da carcerite”, e orgoglioso del fatto che la redazione “Voci di Dentro” non ha mai subito censure. La battaglia contro i pregiudizi si vince confrontandosi, tra sani e malati. Raccontarsi è parte integrante della vita e nessuno ti può giudicare; bisogna mostrarsi nudi e crudi, cercando di non essere troppo seriosi.
Anche Simona ha cambiato radicalmente prospettiva, ammettendo che non avrebbe mai pensato di finire in galera, anche solo per una visita, perché era piena di pregiudizi. “Anch’io, a modo mio, faccio volontariato” dice. “Ho scoperto che chiedere aiuto non è una vergogna, anzi. Credo che le persone alle quali chiedo aiuto per andare in bagno o per salire qualche scalino si sentano ‘utili’, e quindi felici di essere coinvolte”. Le due ore che ci sono concesse volano. È ora di uscire. Simona prova a muovere lentamente le due dita che le consentono di toccare il joystick della carrozzina ma non ci riesce. “Sono troppo stanca”. Ci pensa Claudio.
“La vera malattia, conclude Simona, è l’indifferenza”.





