Fabian Nji Lang è un uomo di cinquant’anni, viene dal Camerun, sorride molto ed è uno di quelli che il mondo, nel suo piccolo, sembra averlo cambiato per davvero. Quella che ci ha raccontato è una storia in apparenza usuale per i tempi moderni, una storia di viaggio, di difficoltà e paure che in una persona come lui, dalla pacatezza travolgente, hanno saputo però tradursi in riscatto e voglia di farsi sentire.

Un’associazione interculturale per la promozione dell’integrazione

Oggi presidente dell’Associazione Universo, nel 1994 Fabian arriva in Italia come tanti in cerca di una vita migliore, ma non come tutti; infatti sceglie l’Italia con una forte voglia di immergersi nella sua lingua, cultura e tradizioni. Sceglie l’Italia perché nella sua mente era la terra di grandi poeti e di grandi bellezze. Non da subito però l’Italia è stata accogliente con lui. Il colore della sua pelle lo rendeva un bersaglio di qualsiasi tipo di discriminazione in ogni occasione. Ricorda sorridendo: “Spesso mi è capitato in passato, quando per conto dell’associazione sono andato a parlare con i vari presidenti di quartiere del territorio, che le segretarie, vedendomi con una borsa in mano, han cercato di allontanarmi dicendo di non voler comprare niente”. Bisogna imparare, a suo dire, ad avere l’atteggiamento giusto, “Quando vedo persone che sono un po’ rigide con l’integrazione mi dico che questa è la mia opportunità di convincerle del contrario, di abbattere il muro di pregiudizi che ci divide dal trattarci come persone allo stesso livello”.

Per Fabian l’integrazione è un tema complesso da trattare. Quello che lui intende con integrazione riguarda non solo i migranti, ma anche i senza fissa dimora e tutti i gruppi che all’interno della società hanno meno voce. Il modo migliore e, secondo lui, più efficace per sfondare il muro dei pregiudizi e della paura verso l’altro è quello di comunicare, parlare, raccontarsi e aiutarsi, con qualsiasi mezzo possibile e in qualsiasi modo. “Quando sono arrivato qua, volevo stare bene, volevo diventare ricco. Poi mi sono reso conto che volevo diventare ricco, ma senza soldi”. La ricchezza di cui parla Fabian è una ricchezza che tutti quelli che riconoscono di essere più fortunati di altri dovrebbero cercare, donando il proprio aiuto, il proprio tempo per la difesa dei diritti umani. “Che cosa sono i diritti umani? – si chiede Fabian – Dare acqua a chi ha sete, o un corso di italiano a chi vuole imparare la lingua, una casa a chi ne ha bisogno. Una lista lunga di cose può rispondere a questa domanda”.

Sospesi tra due mondi

L’integrazione però è un qualcosa che deve crescere ed essere coltivata da entrambe le parti, con la stessa intensità. Mantenere i rapporti con il proprio Paese di provenienza o chiudersi all’interno della propria comunità locale può rendere confortevole l’arrivo in Italia ma può anche ritardare di molti anni l’integrazione piena.

Questo genere di difficoltà – come ha spiegato Fabian – viene ben descritta in un romanzo senegalese intitolato L’ambigua avventura di C. H. Kane con protagonista un giovane e brillante studente senegalese che all’epoca del colonialismo riesce ad andare a studiare filosofia in Francia. Dopo la laurea, non trovando un impiego decide di tornare in Senegal. Dopo tanti anni passati in Francia però aveva dimenticato le usanze del suo Paese trovandosi ad essere in mezzo tra due culture, senza riconoscersi totalmente in nessuna delle due. Il rischio secondo Fabian è proprio questo, non staccarsi mai completamente dalle proprie abitudini e non legarsi mai completamente alla nuova cultura, fa di te un qualcosa di indefinito che avrà difficoltà a riconoscersi nell’una e nell’altra realtà.

“È importante riconoscere la comunità italiana come preponderante  – sottolinea Fabian – una cultura in cui entrare senza dimenticare le proprie radici. Io ho sempre descritto l’immigrazione come una storia d’amore. All’inizio è un atto di corteggiamento che col tempo può trasformarsi in amore ma ci vuole tempo, dedizione e pazienza. Si arriva con idee belle e positive, per il Paese e per le persone che lo abitano. Ma dopo l’arrivo, al primo rifiuto, bisogna persistere e non arrendersi. Molti rimangono chiusi in quel rifiuto iniziale, e decidono di star qui per mettere da parte un po’ di soldi e poi andar via. Si va via però dopo anni, e questo tempo intanto come viene utilizzato? Io ho abbracciato da subito la cultura italiana: il ragù a casa mia lo faccio io, le lasagne le faccio io e le mie figlie adorano il fufu”.

Rispetto agli anni ’90, il momento del suo arrivo in Italia, i meccanismi di accoglienza sono molto cambiati. Erano anni – secondo Fabian – in cui il razzismo era molto più marcato, perché il flussom migratorio era ancor basso e c’erano molte meno possibilità di essere accompagnati in un percorso di integrazione fatto di SPRAR (sistema di protezione per richiedenti asilo o rifugiati) e associazioni. Tutto questo ha secondo lui impigrito i migranti africani in arrivo, rendendoli meno pronti a cercare a tutti i costi una strada per l’integrazione, migranti che tendono a chiudersi nelle comunità di provenienza, fenomeno che rischia di ghettizzare anziché aprire alla diversità. “Le società sono oggi più predisposte ad accogliere lo straniero – sostiene Fabian – ma anche i nuovi stranieri devono esserlo. L’integrazione è un lavoro sempre reciproco, fatto di un rapporto mai unidirezionale”.

Olinda Schiralli, Claudia Fratini, Mirko Guidi, Laura Messina

Leggi gli altri articoli >>

Lascia un commento