di Piombo e Padre Marcello / L’ora di tornare alla libertà dal carcere può essere drammatica e il futuro che attende può spaventare.
Per tante persone che si incontrano in carcere, l’abbandono pesa più dell’isolamento e più del sovraffollamento che impedisce solitudine. La solitudine è un lusso. La pena è l’abbandono. Troppi confidano a colloquio: «Fuori non ho nessuno che mi aspetta, qualcuno che si interessi di come sto, del mio presente e tanto meno del mio futuro».
È indicativo che il rischio di suicidio tra le persone detenute sia più alto nei primi 45 giorni dall’arresto e nelle settimane precedenti la scarcerazione.
Lo scorso inverno è successo che una persona, per la quale era giunto il momento della scarcerazione, non volesse uscire perché non sapeva dove andare e in carcere aveva almeno un tetto e un pasto. Però non poteva essere trattenuto in detenzione. Si sarebbe configurato, per la Direzione, l’ipotesi di sequestro di persona.
Dopo un’estenuante trattativa, il personale è riuscito a dimetterlo, accompagnandolo con qualche risorsa, frutto di una colletta spontanea, per affrontare l’immediato. Ma l’ostinato ha attraversato la strada, è entrato nel cortile dei vigili del fuoco, ha tentato di rubare un camion e ha raggiunto così l’obiettivo di farsi arrestare nuovamente. La dura realtà del “mondo di fuori” non è meno ostile del “mondo di dentro”. L’unica porta di uscita dal dramma è la vicinanza che non lascia soli.
Nel mondo di dentro si deve combattere a causa di un giudizio che ha privato della libertà. Nel mondo di fuori si deve combattere contro un pregiudizio che spesso finisce col privarti della dignità. Se nel mondo di dentro l’onere prevalente è a carico delle persone che operano negli istituti, nel mondo di fuori la responsabilità è di tutti noi. Non siamo rispettosi né della Costituzione, né del Vangelo se lasciamo che ogni sentenza, per quanto “leggera”, si tramuti di fatto in un “Fine pena: Mai”.
Per due anni non vedevo l’ora di uscire. Adesso che mi manca poco più di un mese e mezzo e milioni di pensieri mi si accavallano nella testa.
Cosa farò? Tornerò per strada? Troverò lavoro o finirò a drogarmi come prima, vivendo di espedienti?
Non so darmi risposte, ma è come avere l’argento vivo addosso.
Ci penso continuamente. Meno male che i corsi mi tengono impegnato.
A ottobre inizia l’ultimo anno di scuola superiore. Sicuramente vorrò rivedere i miei amici di strada, ma il magone mi soffoca, per la prima volta in vita mia. Purtroppo, non avere prospettive non mi aiuta. Sarà comunque meglio tutto, piuttosto che restare qui. Viva la libertà che mi godrò come una rinascita. Ne assaporerò ogni momento, in ogni istante. Quello che conta è mettere i piedi fuori di qui. Dopodiché, le idee si schiariranno. Sono sicuro, almeno di questo. E saprò cosa fare: cercare lavoro e casa in primis. La libertà non ha prezzo.
E comunque mi preparo a pagarlo.





