di Athos Vitali / È notte, e che c’è di strano? Per un detenuto la notte va oltre l’immaginazione comune.
Verso le 7 di mattina comincia la giornata. Un caffè, una sigaretta e poi, verso le 8:30, aprono le celle e ognuno
va verso la propria attività: chi a scuola, chi all’aria, chi al lavoro, chi a fare altro. Ma alle 8 di sera il sipario si chiude. Per noi ogni giorno è un film e ogni detenuto, a modo suo, recita la propria parte.
Poi, the end.
Durante la giornata, la sceneggiatura è carica e tu sei il più grande attore che ci possa essere: ridi, scherzi con tutti, fai persino ridere… ma lo fai sempre indossando una maschera. Una maschera che la sera, davanti allo specchio, non regge più, lasciandoti solo e vero di fronte a te stesso. La notte libera le emozioni e i ricordi tenuti nascosti di giorno. Pensi alla famiglia, scrivi una lettera, fai una preghiera prima di augurare la buonanotte e addormentarti.
Con il tuo compagno di cella c’è una sfida aperta: a burraco, a scala quaranta o a chi risponde prima ai quiz della TV. Non per gareggiare con lui, ma per sconfiggere insieme la solitudine. Il buio fuori dalla finestra ti impedisce di vedere l’orizzonte e ti fa immaginare un mondo senza confini, vastissimo, dove può esserci persino più dolore di quello che la luce del sole mostra: un mondo dove si muore di fame, di malattie, di guerre. Il buio, infatti, non è racchiuso solo qui dentro; è molto più grande fuori dal carcere.
La notte è fatta di cuscini che raccolgono qualche lacrima trattenuta durante il giorno e qualche rimorso, indicibile nei corridoi, per le scelte che ci hanno portato qui. Se la notte là fuori è fatta di vita, musica e divertimento, qui dentro può custodire tanta sofferenza, ma anche tanto amore, da far invidia a chi, fuori, si chiude nella propria depressione.
E così noi rinchiusi speriamo ogni giorno che la notte arrivi presto, ma anche che passi in fretta.





