di Marco Lolli/Il diritto alla salute è forse il diritto più importante presente in ogni Paese “civile”. Ne ha diritto chiunque, anche un carcerato; ma è davvero così?
Se un detenuto ha bisogno di cure mediche urgenti, il diritto alla salute implica che la priorità – a prescindere da ciò che egli ha commesso o da ciò che potrebbe commettere – sia che venga soccorso al più presto, per evitare che la sua situazione sanitaria degeneri. Tuttavia, c’è il concreto rischio che, per attuare misure di sicurezza maniacali e il più delle volte del tutto illogiche, la persona perisca. Questo accadrebbe perché una legge o un ordine di un superiore varrebbe più della vita di un essere umano. Ma se in un Paese “civile” una legge vale veramente più della vita di una persona, può esso ritenersi un Paese civile?
Il sottoscritto, ricoverato in pericolo di vita per una grave tachicardia e sotto flebo, si è trovato ammanettato in maniera così forte da provare un senso di intorpidimento alle mani; inoltre, non è stato soccorso tempestivamente in quanto un membro della scorta non era ancora giunto sul posto, impedendo così all’ambulanza di partire. Tutto ciò è avvenuto perché si è ritenuto prioritario evitare un presunto pericolo di fuga (che, oltretutto, non avrebbe mai potuto concretizzarsi viste le condizioni precarie del paziente) rispetto a quello di salvare la vita a una persona.
Un’altra cosa gravissima che il sottoscritto sta riscontrando è l’assenza di medici specialisti. Nonostante abbia da più di un mese un dolore a un dente che diventa lancinante ogni qualvolta io provi a masticare qualcosa, anche di tenero, non sono ancora stato sottoposto ad una visita odontoiatrica, ma soltanto imbottito di antidolorifici, i quali non risolvono di certo il problema. Occorrerebbe investire più risorse e assumere medici, piuttosto che agenti della scorta pagati con le tasse dei cittadini per controllare che una persona moribonda non scappi.
Non sono però solo questi i problemi della salute in carcere. C’è un altro problema molto grave, oltre al conosciuto abuso della somministrazione di farmaci, ovvero che, spesso, il detenuto non venga informato su quali farmaci stia assumendo veramente e quali effetti collaterali, anche gravi, possano arrecare. Sarebbe infatti opportuno consegnare il foglio illustrativo, almeno su richiesta del detenuto, il quale, a differenza di una persona libera che semplicemente può accedere a Internet, non può informarsi autonomamente.
È evidente che il principio di equivalenza delle cure – sancito dalla riforma della sanità penitenziaria del 2008 – rimanga solo sulla carta e che le persone ristrette vengano tuttora considerate pazienti di “serie B”. Il detenuto è un cittadino con gli stessi diritti di ogni altro, per cui è vergognoso che ciò non avvenga. È altresì grave che la questione dei foglietti illustrativi non sia presa in considerazione nemmeno dalle organizzazioni che si battono per i diritti dei detenuti.





