di Fabrizio Pomes / È passato oltre un mese dall’invasione russa dell’Ucraina e per noi detenuti c’è voluto tanto tempo per elaborare e metabolizzare quest’altra tragedia che sta colpendo il cuore dell’Europa dopo due anni di Covid che hanno stravolto le nostre vite e quelle delle nostre famiglie.

Certo le notizie dei TG contribuiscono ad alimentare un dibattito acceso sui motivi che nel XXI secolo possono spingere uno Stato ad invadere un altro Stato sovrano e soprattutto a dividere semplicisticamente tutti tra buoni e cattivi. Non vogliamo entrare in questa discussione a gamba tesa perché occorrerebbe una conoscenza geopolitica che non abbiamo e soprattutto perché vogliamo pensare che la guerra in quanto tale vada sempre aborrita al di là delle presunte ragioni degli uni o degli altri.

La reazione di condanna dell’Italia e dell’Europa in termini di sanzioni economiche alla Russia è condivisa pressoché unanimemente, mentre la scelta di aumentare al 2% del PIL la spesa militare e di inviare armi per la difesa dell’Ucraina è motivo di discussione e di divisione. Il papa, in nome di un pacifismo integrale e dello slogan «nessun’arma da noi perché la guerra deve uscire dalla storia», con il suo appello ha rifiutato sempre e comunque il ricorso alle armi. D’altra parte accordi internazionali già sottoscritti impongono agli Stati di investire nella propria difesa e di inviare armamenti convinti come sono che sia l’unico modo di sconfiggere Putin.
Anche in questo caso, non riuscendo ad avere una visione univoca sull’argomento dalle persone ristrette alla Dozza ci esimiamo dall’esprimere un giudizio partigiano. Certo è che tutti sono convinti che l’unica soluzione possibile da perseguire con ogni mezzo sia la pace da ricercare con trattative, negoziati e compromessi. Come, sono in tanti a sperarci ma pochi a crederci.

E intanto le immagini cruente dei bombardamenti sui civili di un Paese devastato scorrono giornalmente con dura crudezza; e soprattutto quelle di famiglie costrette a dividersi, con il papà a resistere al fronte e moglie e figli che con coraggio abbandonano tutto ciò che hanno faticosamente costruito per raggiungere Paesi in cui possano vivere lontani da questo incubo. Bambini, nei cui volti è evidente lo sgomento inconsapevole, ai quali sarà impedito di vivere i loro sogni perché stanno vivendo incubi. La paura è l’emozione più difficile da gestire. Il dolore si piange, la rabbia si urla, ma la paura si aggrappa silenziosamente al cuore segnandolo per sempre.
Ma anche nelle notizie, che filtrano dalla censura russa, di tanti giovanissimi di leva russi che stanno morendo al fronte e di tanti altri che stanno deponendo le armi e fuggono verso altri Paesi lontani da una guerra che, come disse Neruda, «è voluta dai ricchi che si conoscono e non si uccidono, e combattuta dai poveri che non si conoscono e si uccidono».

E tra tutte queste immagini di una violenza straordinaria, nelle lacrime e nelle morti è difficile trovare qualche buona notizia. Ma così come il contraltare ai camion militari con i corpi senza vita a causa Covid fu la risposta di positività dei cittadini uniti dall’“andrà tutto bene”, anche in questo caso l’altra pagina è dedicata al mondo del volontariato che ha attivato da subito in tutto il mondo raccolte di fondi e ha inviato generi di prima necessità; di tanti che hanno voluto manifestare per la pace sfidando, come in Russia, anche la dura repressione; le porte di tante case che si sono aperte per offrire ospitalità a chi fuggiva dalla guerra.

E allora, oggi come ieri con il Covid, questa grande capacità di ciascuno di noi di mettersi in gioco è la prova del fatto che di fronte alle tragedie viene sollecitata la dimensione più profonda dell’Io, in grado di trasformarsi in Noi. Generare ed amplificare una cittadinanza attiva e solidale è l’elemento fondante di una cultura di pace, una cultura capace di ragionare in termini di Noi e che valorizzi l’umanità come antidoto alla sopraffazione, all’egoismo, all’avidità, ad un’esistenza che ha perso il senso vero della vita.

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