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DI Athos Vitali / All’ingresso del carcere Rocco d’Amato di Bologna dovrebbero scrivere: “Qui entra l’uomo, il resto sta fuori”. Perché questo è il punto fondamentale: non possiamo continuare a identificare un condannato con il suo reato, per quanto grave possa essere, anche nella sua vita detentiva.
L’etichetta della condanna comporta la creazione di un sistema improntato sulla separazione in funzione del reato o della pericolosità desunta da esso. La legge sull’ordinamento penitenziario ha infatti preferito separare le persone ristrette in circuiti, divisi tra quelli a custodia attenuata e quelli di media e alta sicurezza. Mai errore fu più grande, perché il rischio che si corre è quello di non avere mai un confronto con altri detenuti provenienti da esperienze differenti e che potrebbero influenzare positivamente il percorso di rieducazione degli altri.
E il tutto è più difficile per coloro che si sono macchiati di reati di criminalità organizzata.
Le conseguenze catastrofiche di questa gestione improntata più al controllo che alla ri-socializzazione sono evidenti, come quella dell’aumento esponenziale della microcriminalità o del fenomeno delle baby gang.
Nonostante sia ben consapevole dei lunghi tempi che occorrono per le osservazioni e per le attività trattamentali, a mio parere occorre tenere ben distinto il trattamento rieducativo differenziato dal trattamento penitenziario individuale. Quando si tratta del godimento dei diritti fondamentali all’interno di un istituto penitenziario non
dovrebbero essere ammesse distinzioni, perché non esistono condannati di serie A e condannati di serie B.