di Igli Metarev/Dopo la Rivoluzione Francese si è cominciato a cambiare il metodo di punire chi commetteva reati, sostituendo i supplizi corporali con condanne alla privazione della libertà personale. Questa particolare tecnica di punizione, ossia la reclusione di chi infrange la legge, è stata successivamente adottata dai codici penali moderni per due motivazioni.
In primis perché si era compreso il valore e l’importanza della libertà per l’essere umano, e in secondo luogo soprattutto per la natura stessa della pena, considerata non più violenta e crudele: le torture fisiche vengono eliminate, e la pena si esercita, in via teorica, solo sull’animo o spirito del condannato. Questo per “aiutare” chi ha commesso reati a riflettere sugli errori.

In questo quadro la nostra Costituzione, all’art. 2,7 afferma «le pene non possono consistere in trattamenti contrari a1 senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato».
Ma fin dall’ingresso in carcere ci si rende conto che l’assunto teorico è smentito dalla realtà, e che la finalità della pena si perde di vista nella sua concreta applicazione; gli oggetti personali vengono ritirati, iniziano le perquisizioni anche con denudazione, e questa è un’esperienza traumatica per molti.

Fra noi detenuti circola spesso questo pensiero:”Quando si supera il cancello blindato che separa i due mondi, i diritti inviolabili di cui ogni cittadino è titolare non fanno ingresso con lui in prigione, ma rimangono fuori nella società civile”. I diritti di chi si trova dietro le sbarre sono infatti sottoposti a deroghe, oppure non è proprio possibile esercitarli, in nome dell’ordine e della sicurezza che devono essere garantiti nella struttura. Cito, ad esempio, anche se ognuno di questi ambiti meriterebbe una approfondita riflessione, le ispezioni frequenti delle “camere di pernottamento” (celle), le perquisizioni corporali, le violazioni della riservatezza e della privacy, la negazione del diritto all’affettività ecc. Quale idea di uomo emerge da questo stato delle cose?

I diritti tutelano la dignità e il valore di ogni Essere Umano, e quando vengono lesi influiscono negativamente sullo stato psicologico di ogni individuo, al punto da farlo sentire moralmente inferiore. In carcere la U è sempre ridotta al minuscolo, e la pienezza della persona si perde nell’effettiva applicazione delle pene, smentendo gli assunti costituzionali.
Coloro che sono all’interno di questi luoghi tetri e tristi non sono più considerati come Uomini, ma vengono etichettati “criminali”. Per molti di noi è già molto difficile guardare in faccia il male commesso e se a questo si aggiunge l’afflizione della reclusione è facile perdere speranza, sogni, motivazioni al cambiamento, autostima, e cioè le dimensioni che fanno di ogni uomo un Uomo. È vero, la sfera afflittiva è in qualche modo compensata dalle opportunità più propriamente “rieducative” che si possono incontrare durante la reclusione, ma solo con molta forza individuale è possibile sentire la propria dignità salvaguardata nonostante tutto. C’è anche la possibilità di ricorrere in sede giurisdizionale per qualsiasi trattamento considerato inumano e degradante, ma anche questo non è un percorso alla portata di tutti, in considerazione delle risorse sia personali che economiche di cui ognuno può disporre.

Il lavoro, l’assistenza sanitaria, il riavvicinamento con la comunità esterna, possono aiutare il reo a tornare a sentirsi Uomo, non diverso ed escluso ma parte integrante della società.

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