di Athos Vitali / Quando penso alle persone condannate all’ergastolo o per un reato ostativo, mi chiedo sempre cosa debba fare una persona detenuta con un buon percorso all’interno del carcere per accedere a misure alternative e, in un certo senso, per maturare speranza.
Quel “buon percorso” spesso prende il nome di rieducazione e, per me, altro non è che il recupero, da parte del condannato, della capacità di relazionarsi secondo le regole comuni di convivenza, osservando la legalità.
Ma cosa si fa oggi nelle carceri italiane? Verso quali prassi rieducative si tende?
La rieducazione ha un doppio volto: è individuale e sociale al tempo stesso. Eppure si è persa la sua centralità; nei tempi che stiamo attraversando, fanno da padrone paura e incertezza.
L’opinione pubblica è concentrata sulla funzione sanzionatoria della pena e parla sempre la pancia e mai la prospettiva. “Fateli marcire in galera”, dicono, forse perché vogliono rinchiudere la marginalità negli istituti penitenziari. Eppure, quello che possiamo fare come persone detenute è continuare a cercare la nostra strada, consapevoli che la speranza è intrinseca agli esseri umani e alla nostra Costituzione.
Solo chi non smetterà di marciare, eviterà di marcire.





