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di Luciano Martucci/Scrivere di religione non è mai facile, ma voglio tralasciare l’etimologia e il dibattito, sempre problematico e aperto, di quale sia l’origine della pratica religiosa, e cioè se connaturata all’uomo o eredità culturale; voglio anche tralasciare di trattare la nozione di religione dal punto di vista fenomenologico, storico e antropologico, concentrandomi invece sugli gli aspetti che si manifestano in carcere, dal momento che poi mi sembra siano gli stessi che si manifestano oltre le mura.

Voglio partire prendendo come spunto il film Robinson Crusoe, del 1997, diretto da R. Hardy e G. Miller, ispirato dal romanzo di avventura The Life and Strange Surprising Adventures of Robinson Crusoe, scritto nel 1719 da Daniel Defoe, in cui Robinson è un gentiluomo scozzese che, dopo un sanguinoso duello, per amore e onore, è costretto a fuggire. Durante una navigazione Robinson naufraga sull’isola dei morti, dove cerca di sopravvivere insieme ad un cane, l’unico sopravvissuto insieme a lui. In seguito il protagonista incontra degli aborigeni che si preparano per un rituale di sacrifici umani. Crusoe, disgustato dallo spettacolo, decide di sparare agli immolanti, mettendoli in fuga e salvando uno degli indigeni destinati al sacrificio, a cui dà il nome di Venerdì e con il quale inizia un complicato rapporto di amicizia.

Crusoe è particolarmente religioso, un rigoroso puritano, che rafforza sempre più la sua fede in Dio, ringraziandolo per tutte le cose che riesce a trovare sull’isola. Si costruisce una grande croce di legno; e legge la Bibbia ogni mattina. Crusoe cerca ovviamente di convertire Venerdì, usando anche mezzi forti: ma Venerdì, che pure concorda con Robinson che dietro al creato esiste la mano di un dio, non crede al dio dell’amico, ma a un dio-coccodrillo. Crusoe è sconvolto, giudica l’indigeno come selvaggio, miscredente, fallendo in tutti i tentativi di convertirlo. Il cane sopravvissuto al naufragio muore in un incidente e Crusoe gli dà una degna sepoltura, con tanto di croce in legno. Venerdì, per rincuorarlo, gli dice che non deve rattristarsi in quanto, ora, il cane è presso Dio, ma Robinson controbatte, dispiaciuto, perché un cane non può andare al cospetto di Dio. “Allora pregherò il mio Dio che lo accolga” risponde Venerdì; e così, alla fine, Crusoe pare arrivare ad accettare e tollerare le credenze religiose dell’indigeno.

Il libro, che ha ispirato il film, nonostante sia stato scritto nel 1719, tratta tematiche ancora attuali come il problema dell’uomo davanti a Dio, la mentalità discriminatoria e razzista e il fanatismo religioso.

In carcere questi sono aspetti che si manifestano in vari modi in quanto le persone detenute vengono da diversi Paesi, ognuno con un retroterra diverso e con tradizioni culturali e cultuali diverse che comprendono, appunto, anche la religione. Sono presenti nell’Istituto di Bologna adepti delle varie forme storiche del cristianesimo, cattolici, protestanti e ortodossi, a cui si aggiungono i testimoni di Geova; una realtà rilevante è quella dei fedeli dell’Islam, ma non mancano anche induisti e sikh. Ci sono infine gli atei, sia gnostici (cioè coloro che ritengono di poter affermare con certezza la non esistenza del divino), che agnostici (cioè coloro che pur non credendo nell’esistenza del divino, ammettono di non poterne avere la certezza assoluta).

Analizzando pensieri di vari detenuti, posso affermare che è presente, anche se molti non se ne rendono conto, un certo panteismo in quanto molti soggetti affermano di credere in una divinità che abbraccia ogni cosa, ovvero Dio che compenetra ogni aspetto e luogo dell’universo rendendo così sacro ogni aspetto dell’esistente, anche quello naturale. Ma, spesso, il credo religioso porta paradossalmente divisione e uno scontro tra culture, e nonostante le «religioni» abbiano in comune il messaggio che siamo tutti fratelli; spesso prevale l’atteggiamento di sopraffazione di chi non si fa scrupoli verso gli altri pur di fare i propri interessi. I detenuti cristiani spesso non rispettano o non hanno rispettato il comando divino del non uccidere, non rubare, non desiderare la roba degli altri, amare il prossimo sé stessi e di non fare agli altri ciò che non si vorrebbe per sé. Spesso vanno in chiesa per ottenere qualcosa dai sacerdoti oppure per scambi dì saluti e di altre cose con detenuti di altre sezioni. Anche qualche islamico a volte va in chiesa per le stesse ragioni.

I detenuti cristiani hanno la chiesa, o le salette, dove esercitare la preghiera e dove vengono ricevuti dai preti, frati, pastori o fratelli e testimoni, mentre gli islamici non hanno, per ora, un imam, che venga a curarli e custodire, e non tutti hanno la possibilità di uno spazio da adibire a moschea. Sia i cristiani che per islamici possono pregare in cella, ma è fondamentale la presenza di una figura di riferimento, preparata, che aiuti nella comprensione delle Scritture e ad affrontare i percorsi di detenzione per capire come affrontare la privazione della libertà e per prendere consapevolezza degli errori. Spesso i comportamenti che hanno portato a commettere i reati possono essere derivati da una errata comprensione del credo religioso, e ad interpretazioni non sempre canoniche o convenzionali.

Molti sono i detenuti che possiamo definire «religiosi non-praticanti» che condividono la credenza in un dio creatore e nei vari profeti e santi, ma non approvano l’organizzazione clericale-gerarchica istituzionale e preferiscono una loro personale adesione diretta e non mediata con la divinità. Sono molti anche i detenuti legati a tradizioni religiose provenienti dalle varie regioni e paesi di origine, senza di fatto seguire autentici percorsi di fede. Infatti, molti portano rosari e crocifissi; alcuni di essi hanno veri e propri altarini domestici con immagini di santi e alcuni praticano l’antico culto degli antenati esponendo anche foto di parenti o amici defunti; agli altarini qui in carcere mancano di fiori e candele o ceri in quanto non sono consentiti. Alcuni si sono tatuati immagini sulla pelle. In carcere la religiosità tante volte vacilla, ma non muore mai; può rallentare, può incrinarsi, può cambiare (ci sono infatti casi di detenuti cristiani cattolici che si sono convertiti al cristianesimo evangelico o ai testimoni di Geova e magari anche all’Islam, come anche qualche musulmano è diventato cristiano); ma, mentre il nuovo musulmano viene rispettato, quasi adulato, non è così per il nuovo cristiano: non solo la sua conversione non viene quasi notata dai cristiani, ma viene stigmatizzata dai suoi «ex-fratelli» che lo ripudiano come infedele. Ci sono stati casi di detenuti che da testimoni di Geova sono diventati evangelici, ma non il contrario, mentre è praticamente assente il ritorno verso cattolicesimo. L’ambito religioso porta con sé anche il tema delle discriminazioni di genere, condivise sia dai cristiani che dai musulmani, a cui si aggiunge la discriminazione razziale che caratterizza la vita in carcere; cristiani e musulmani faticano a convivere, non certo solo per questioni religiose, i musulmani sono intolleranti verso i detenuti di colore, perché li ritengono estranei al mondo arabo, ma appartenenti a un mondo altro dell’Africa. In ogni modo, tra alti e bassi, allontanamenti e avvicinamenti, la religiosità si manifesta nel leggere la Parola e nella convinzione che ci può essere un intervento divino che risolva i tanti problemi esistenziali e materiali, ma sempre se la divinità lo riterrà opportuno, ingenerando un atteggiamento passivo nel vivere la spiritualità.

 La fede, come detto, vacilla me è sempre presente, perché aiuta i detenuti a sopportare le umilianti condizioni e i trattamenti carcerari. Mantiene viva la speranza di ritornare liberi, di rivedere i propri cari e di avere un futuro migliore. La religiosità, o forse più appropriatamente l’umanità, più autentica si manifesta anche con atti di solidarietà e di mutuo aiuto, come le azioni verso i detenuti più deboli, i più poveri oppure verso gli ammalati. Durante questa pandemia molti si sono autotassati per inviare fondi alla Protezione Civile, utili per l’acquisto di dispositivi di protezione per il personale sanitario impegnato negli ospedali. Ultimamente è stata firmata ed inviata una petizione a favore del ricercatore Patrick Zaky, detenuto in Egitto.

Io, mi considero oggi cristiano, un credente con forti radici cristiane, ma che con il tempo e le esperienze vissute, ha avuto l’opportunità di sconfinare in altri territori, rinforzando comunque sempre di più la mia fede in Dio e il mio Essere-Uomo.