Tra le numerose iniziative di piazza che nei giorni scorsi hanno animato e fatto da contorno al Festival Francescano, due meritano, in particolare, di essere ricordate per l’argomento in comune: l’incontro/testimonianza dal titolo “Anche chi sbaglia vale” e l’attività denominata “Biblioteca vivente”.

Nella prima di queste iniziative si è parlato dell’esperienza detentiva vissuta da alcuni degli oratori presenti all’incontro, al fine di comprendere se e come le relazioni umane all’interno di un istituto di pena possano concretamente valorizzare la persona condannata ed il suo percorso rieducativo.
La conclusione a cui si è giunti è che ciò sia possibile, a patto di impegnarsi nella ricerca di un punto di reciproca convergenza con l’altro e con i suoi bisogni di aiuto, di ascolto e di umana comprensione.
L’altro aspetto affrontato ha riguardato, invece, l’attualità del volontariato della giustizia che si presenta, a seguito dei fallimenti dello Stato, come l’unica ancora di salvezza morale e materiale per i carcerati, nonostante qualche zona d’ombra per comportamenti non sempre in linea con un autentico spirito di servizio, ma che comunque non inficiano la indispensabilità del volontariato laico e confessionale all’interno delle carceri.

Sui generis, al contrario, è stata l’attività della “Biblioteca vivente”, nella quale i libri erano in realtà delle persone in carne ed ossa che, con la massima disponibilità, hanno cercato di raccontare ai lettori interessati la propria esperienza individuale di vita. Lo scopo era soprattutto quello di tentare di diminuire i pregiudizi che inevitabilmente nascono in determinati contesti e di favorire quindi il dialogo tra persone di varia umanità. Tra gli argomenti a scelta anche quello del carcere che, al pari delle tasse e della morte, la gente comune non apprezza poi tanto, forse per il timore, in tali occasioni, di doversi confrontare con il male e con le proprie paure.
Eppure, nonostante ciò, l’interesse per un mondo che appare così lontano dalla quotidianità di tutti i giorni è stato enorme, sia da parte di coloro che per la prima volta affrontavano la questione carceraria sia da parte di coloro che, invece, avevano già una propria idea, sostanzialmente negativa, sulle persone condannate.

L’intenzione dei partecipanti alla biblioteca vivente – volontario in carcere o persona con una pregressa esperienza di detenzione – non è stata certo quella di convincere i lettori della bontà di alcuni modelli alternativi al “buttare via la chiave”, ma più semplicemente quella di mettere il proprio interlocutore di fronte all’evidenza empirica che un carcere con altre modalità di espiazione della pena non solo è auspicabile, ma addirittura necessario e indispensabile sul piano della sicurezza sociale e del risparmio economico per l’intera collettività, senza che comunque questo faccia venire mai meno il doveroso senso di giustizia da riconoscere pienamente alle vittime del reato o ai loro familiari.

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