di Piombo / La felicità io l’ho iniziata ad assaporare da piccolo, in una casa protetta per ragazze madri, dopo che la mia vera mamma mi abbandonò a tre giorni di vita.
Ero circondato da altre mamme che si aiutavano tra loro, mentre io e i miei amichetti le facevamo dannare, scorrazzando in giro. La mia felicità aveva tanti nomi: Suor Maria, Suor Umberta, Suor Nazarena, la Sig.na Adele, la Lina e la Kidan, che erano le due cuoche. Ci hanno cresciuto più loro dei nostri genitori, troppo impegnati al lavoro.
A cinque anni giocavo con Mohamed, Abdul e Bibi, che venivano dall’Afghanistan per curarsi le schegge delle mine e le bruciature. Giocavamo insieme a centinaia di bambini: c’erano i ragazzi invalidi e Gilberto, morto troppo presto per una malattia che lo faceva invecchiare precocemente. A tredici anni giocavo tutto il giorno spensierato con il mio fratellino Saaladin, il mio migliore amico Lorenzo e Massimo, suo fratello. Si giocava sempre e sempre si bisticciava.
Poi un giorno ci hanno dato la casa e ci siamo trasferiti, ma tutti i weekend andavamo a trovare gli amici, così come durante le vacanze natalizie e quelle estive. I nostri genitori lavoravano e per noi ritrovarci era sinonimo di felicità. Non avevamo tutti la stessa età, quindi i gruppi più affiatati eravamo noi sbarbi, che non avevamo responsabilità.
La felicità, per me, era arrivare lassù e dare un bacio sulla guancia alla cuoca, quasi da farle schioccare la mascella per quanto era forte, cosa che facevo anche in casa con mia mamma, che ho scoperto essere adottiva solo intorno ai miei dieci anni.
Ero bravo a scuola ma non mi applicavo. Così, un giorno, dissi a mio padre che avrei abbandonato la scuola per cercarmi un lavoro. Lui mi diede una sberla e io reagii suonandogliele di santa ragione, perché mi aveva sempre detto: “O vai a scuola, o al lavoro”.
Mi sono sentito libero e felice, quando sono andato via di casa. Ho affittato una casa tramite le suore e sono andato a lavorare. D’estate, eravamo volontari con loro, stando dietro ai bambini negli spostamenti tra casa e mare. Mia madre era quella che soffriva di più in questa situazione, così, quando mio padre non c’era, mi faceva tornare a casa per cucinarmi i miei piatti preferiti, e poi io la portavo a fare shopping.
Purtroppo mamma aveva un cancro al seno e ci mise nove anni a spegnersi, ma la mia felicità quando andavo a trovarla era al massimo. Non la trattavo certo da malata, come invece faceva tutta quella gente triste attorno.
Il mio compito era farla ridere, ridere e ancora ridere. Io reputo i miei amici come la mia famiglia, anche se con il passare del tempo qualcuno l’ho perso per strada. Rimangono i migliori, quelli su cui puoi sempre contare.
Poi cresci e senti ancor di più l’unione con i tuo i amici, i primi amori e le storie serie. Lì sei al settimo cielo: più che felice, sei in estasi.
Sono stato felice con tutti i comfort, con i vizi e gli stra-vizi. Sono stato felice con nulla, quando vivevo per strada. Sono stati tre anni a loro modo felici anche quelli, solo con più pensieri. Ma la felicità io ce l’ho insita nello spirito, come tutti noi. Cerco di esternarla il più possibile quando si presenta e di farne partecipi gli altri. La mia mamma mi diceva sempre: “È più facile fare arrabbiare una persona che farla ridere, tu dona risate” e io lo faccio tuttora.
Ma questo articolo deve parlare di felicità e io la mattina mi sveglio felice!
Un buongiorno mi rende felice, un movimento, un profumo che mi rimanda a un ricordo passato, tutto questo mi rende felice. Ho qualche rimpianto nella mia vita, ma tutto si aggiusta con caparbietà e costanza e, dove non riesci, puoi sempre trattenere i momenti belli senza dimenticare gli errori fatti, ma affrontandoli col giusto distacco.
Per essere felici basta tutto e niente: nella mia vita ho avuto tutto – e dico proprio tutto – durante il mio passato criminoso, ma anche niente, quando sono finito a vivere per strada. Ma ogni giorno della mia vita ho sempre avuto almeno un momento inaspettato di felicità.
Concludo dicendo che a mio dire la felicità può durare un battito di ciglia, un’eternità, ma la si può trovare ovunque.





