“Trovate la speranza o voi che entrate”

“Trovate Lasciate la speranza o voi che entrate” (Pendragon editore) è il libro scritto da Fabrizio Pomes, ex detenuto e anche redattore di “Ne vale la pena”, il laboratorio giornalistico del carcere della Dozza.
Quel “Lasciate” cancellato nel titolo dà il senso più profondo a questo libro e cioè che è sempre possibile ricominciare, soprattutto se sei in relazione con tante persone.

Il testo si articola in 18 capitoli scritti dall’autore, in ognuno dei quali si trattano aspetti diversi dell’esperienza carceraria. Ad ogni capitolo fanno da controcanto gli interventi delle tante persone che, come volontari, avvocati, educatori, magistrati.. hanno avuto a che fare con Fabrizio.
Lo abbiamo intervistato per conoscere meglio il suo lavoro.

Sono Fabrizio Pomes. Ho ormai raggiunto la maturità anagrafica con i miei 60 anni; sono sposato e ho tre figli. Dopo un passato nell’ambito di esperienze politiche e poi come imprenditore nel campo della cooperazione sociale, ho purtroppo attraversato l’esperienza negativa del carcere a causa di una condanna per un reato che probabilmente non avrei mai pensato di commettere: concorso esterno in associazione mafiosa. Secondo l’accusa, con il mio prestigio avrei dato “prestigio criminale” a un clan. Le condanne, per quanto non condivise, alla fine si rispettano; per questo ho trascorso otto anni della mia vita – sei anni e mezzo effettivi più la liberazione anticipata – all’interno delle carceri, prima a Taranto e poi alla Dozza di Bologna.

Come è nata l’idea di questo libro?
L’idea è nata da una spinta interiore mentre ero ancora detenuto, ma inizialmente, non l’avevo concretizzata. Poi sono avvenute due coincidenze fortuite. La prima è stata il Giubileo dei detenuti a Bologna, all’interno della Basilica di Santo Stefano: in quell’occasione, Monsignor Zuppi pronunciò una frase che ribaltava il detto dantesco, dicendo che chi affronta il carcere deve trovare speranza, non lasciarla. Quell’omelia mi illuminò per il titolo.
La seconda coincidenza è stata un periodo di malattia che ho dovuto affrontare a casa e che mi ha dato il tempo di mettere nero su bianco il testo.
La parte più complessa è stata creare un “mosaico” di esperienze: volevo che il carcere venisse letto attraverso lenti differenti. C’è il mio sguardo iniziale, ma il libro è arricchito dal contributo di chi il carcere lo vive quotidianamente: chi ci lavora, il cappellano, il mondo del volontariato, le istituzioni pubbliche, il mondo universitario e i giornalisti. È un contributo variegato che ho voluto raccogliere per dare una visione ampia, non limitata solo al punto di vista del detenuto. Hanno offerto il loro contributo anche una dirigente penitenziaria, un agente di polizia penitenziaria e un’educatrice.
Tutta la parte iniziale del libro è scritta da me. Poi, quando entro nel merito degli argomenti specifici, come le fonti di speranza per un detenuto o il ruolo del volontariato, ho raccolto i vari articoli in base alle attività svolte. Ad esempio, io ho partecipato alla redazione di “Ne vale la pena”, la cui rassegna viene pubblicata online su Bandiera Gialla, e ho voluto raccogliere l’esperienza di chi vive quella redazione. Ci sono contributi del Teatro dell’Argine per le attività teatrali e di varie associazioni che operano all’interno, come ACLI, AVOC, Poggeschi o Fabian Lang con l’associazione Universo. Sono voci che mantengono vivo il carcere e offrono speranza perché non considerano il detenuto solo per il suo reato. Nessuno è solo il proprio reato: siamo anche altro. Io, Fabrizio, al di là di aver pagato il mio debito — ed è giusto che l’abbia pagato — sono anche un padre, un marito e una persona a cui va riconosciuta dignità.

Entriamo nel dettaglio di questi contributi. Hai spiegato la struttura del libro, ma c’è qualche intervento in particolare che ti ha colpito e di cui vuoi riportare alcune parole?
Devo dire che tutti i contributi meritano grande attenzione. Sono stato molto attento a non modificare nulla, chiedendo espressamente all’editore di non cambiare neanche una parola, perché volevo che fossero testimonianze autentiche. Farei un torto a qualcuno se ne citassi solo uno. Tuttavia, se proprio devo indicarne due che erano perfettamente in linea con il mio pensiero e che considero illuminanti, citerei quelli della professoressa Fabini, presidente di Antigone, e dell’avvocato Grenci. Entrambi richiamano fortemente il modo in cui, secondo me, il carcere va affrontato: non con passività, ma con una ricerca continua di speranza. È un lavoro faticoso, da costruire quotidianamente, ma assolutamente necessario.

Quindi tu sei partito da una struttura precisa in capitoli e per ciascuno hai cercato testimonianze che arricchissero la tua visione con un punto di vista differente. È un’idea originale.
Sì, e nella parte finale ci sono i contributi delle istituzioni: tre consiglieri comunali di Bologna che sono stati vicini al problema del carcere (Meri De Martino, Filippo Diaco e Detjon Begaj), gli avvocati delle Camere Penali come Grenci e Sebastiani, e Ugolini. C’è anche un giornalista del quotidiano Domani che mi ha intervistato e che fu il primo a far scoppiare il mio caso a Taranto. Paradossalmente è stato il mio primo accusatore, mentre oggi è un mio grande amico: quando ci si chiarisce e si rilegge la storia, le cose cambiano. Ho pubblicato integralmente anche quello che scriveva all’epoca.

Se qualcuno volesse acquistare il libro, dove lo può trovare od ordinare?
È disponibile su tutte le principali piattaforme online: Amazon, IBS, Libraccio. Il mio sogno è che possa essere presente fisicamente anche nelle librerie, anche se oggi l’offerta di libri cartacei è talmente superiore alla domanda che non è facile trovare spazio sugli scaffali. Tuttavia, il libro deve essere soprattutto un’occasione per parlare di un problema che l’agenda politica preferisce ignorare. Se anche una sola persona, leggendo questo libro, cambierà la sua percezione sull’impatto del carcere, avremo raggiunto il nostro obiettivo.

Torniamo un attimo alla struttura. Come sono organizzati i capitoli e di cosa trattano?
Il libro è scritto come se parlasse a una persona che non ha mai visto il carcere dall’interno. Racconto tutti gli aspetti della quotidianità e della subcultura carceraria che molti ignorano. Per renderlo comprensibile a tutti, ho dovuto inserire un glossario: termini come “concellino”, “blindo”, “spesino”, “scopino” o “domandina” non sono vocaboli comuni e persino il correttore di Word me li segnalava come errori. È scritto in modo molto elementare, non è un saggio per esperti. È il racconto delle difficoltà, della gestione del tempo, della sanità in carcere e di tutto ciò che priva il detenuto dell’affettività. Parlo di come il carcere incida non solo sulla libertà personale, ma sulla dignità del cittadino, rendendo difficile l’accesso allo studio, al lavoro e alla risocializzazione. Oggi il carcere è purtroppo solo un contenitore, con pochissima funzione risocializzante.

Ogni persona vive il carcere a modo suo in base al proprio vissuto. Nel tuo caso, avendo scontato diversi anni, qual è stata la cosa che ti ha fatto più soffrire o che hai trovato più insopportabile?
L’attesa. E non parlo solo della mia, ma dell’attesa vissuta attraverso gli altri. Io sapevo che, avendo un reato di tipo ostativo, avrei dovuto scontare la pena interamente. Tuttavia, avendo un minimo di preparazione e potendo usare un PC (senza internet), facevo lo “scrivano” per tutta la sezione. Vivevo indirettamente le storie degli altri e vedevo quanto l’attesa potesse diventare struggente: è una pena nella pena. Le risposte arrivano tardissimo, i giorni di liberazione anticipata vengono attesi per mesi, così come le istanze per le misure alternative. Questo dolore, se non si riesce a reggerlo, può portare a gesti estremi come i suicidi. Fortunatamente non ne ho vissuti nella mia sezione, ma ho visto molti atti di autolesionismo. In qualsiasi sezione tu vada, trovi corridoi sporchi di sangue a causa dei tagli che i detenuti si infliggono su braccia e gambe per richiamare l’attenzione. Ho visto persone con le bocche cucite con filo d’acciaio o di cotone. Sono immagini che mi porterò dietro per sempre; questa è la parte più negativa.

Come intendi promuovere il libro? Hai in programma degli incontri? Se qualcuno volesse organizzare una presentazione con te, come deve fare?
Sono disponibile a ogni tipo di incontro; ho scritto il libro proprio per facilitare il confronto. Ho già alcune presentazioni in programma: una con le Camere Penali al Coress Arena il 21 maggio e un’altra promossa dall’AVOC il 29 maggio presso una casa di quartiere in via di Saliceto. Mi piacerebbe molto portare il libro fuori Bologna. Anche se racconto il percorso alla Dozza, le problematiche sono comuni a tutti gli istituti detentivi. Vorrei anche cercare di mettere in rete le varie associazioni di volontariato: spesso manca coordinamento e ognuno opera nella propria “nicchia”, mentre una visione d’insieme sarebbe utile a tutti.