Uno, nessuno, 64.773
di Athos Vitali / Ogni detenuto nasconde dentro di sé le proprie paure, incertezze, emozioni.
Consapevole di essere il fabbro del proprio destino, un detenuto sa bene che dovrà scontare una pena
per saldare una nuova consapevolezza al proprio futuro. È molto difficile rinunciare alla vita di sempre, al lavoro,
alla casa, alla famiglia, agli amici e a tutto quello che, in qualche modo, avevi pazientemente costruito con la tua incudine. Lo vedi crollare in un attimo, quando ti accorgi che è dalle tue stesse mani da fabbro che nascono le celle. Quelle in cui ti ritrovi a passare giorni infiniti e notti insonni.
Così, ti ritrovi a pensare se ne sia valsa veramente la pena essere giudicato per quello che non sei o, almeno, credi di non essere.
La verità è che noi tutti siamo capaci, dallo stesso blocco di ferro, di costruire sia chiavi sia sbarre.
A volte mi faccio delle domande e non so darmi risposte. L’unica certezza è che mi
impegnerò a non tornare mai più in questo maledetto posto, dove non importa a nessuno
quante cose hai costruito, ma solo di quante ne hai demolite, come se qui fossi
semplicemente un numero in mezzo a tanti numeri.
A volte chiediamo solo un minuto in più per parlare con la famiglia, con un figlio,
con un parente caro, ma non ci viene concesso. Perché dobbiamo essere rieducati, sì, ma
secondo il loro disegno. Alla legge non importa se hai corretto il piano del tuo fabbricato.
Il mio è solo uno sfogo, per non essere protocollato come un progetto fallito.
Ma non ho certo perso la voglia di ricominciare a costruire. Spero solo di non essere ricordato come l’autore della propria prigione, ma come il fabbro che è stato in grado, partendo dai suoi errori, di cambiare il proprio destino.