Si possono vivere momenti di libertà in carcere?

di Igli Meta / Ogni anno nel carcere di Bologna viene organizzato un evento eccezionale chiamato Festa della famiglia. Questa ricorrenza è organizzata dalla direzione dell’istituto in collaborazione con le associazioni di volontariato che operano all’interno del carcere della Dozza.
A differenza dei colloqui ordinari, che avvengono nei soliti spazi adibiti alle visite con i familiari, la Festa della famiglia si svolge all’interno della sala cinema dell’istituto: una sala grandissima e accogliente, sia per la sua struttura originale, che non fa pensare di essere all’interno di un carcere, sia perché a rendere il luogo più caldo sono i tavoli apparecchiati con tovaglie che fanno pensare a un ristorante e non a una galera.

Nel momento in cui entro nella sala non riesco subito a vedere i miei cari, poiché ci sono tantissime persone. Sono loro che vedono me e mi fanno cenno alzando le mani, come per dire: “Siamo qui”. Una volta arrivato al tavolo, ci salutiamo con abbracci e baci, poi ci sediamo e cominciamo a parlare.
Non mi sembra vero: io e i miei cari in un luogo diverso dalle solite salette fredde e spoglie dei colloqui. Mi sembra di sognare. Intorno a noi tante altre persone si abbracciano, si baciano, ridono e scherzano. Davanti a me ci sono piatti, bicchieri e posate di plastica. Dico ai miei familiari che mi sembra di stare al ristorante, perché tutto ciò che mi circonda è una novità, dal momento che durante i colloqui ordinari non è consentito portare né bevande né cibo di alcun genere.
Nella sala aleggia aria di libertà. Nei volti delle persone vedo soltanto sorrisi. È proprio una vera festa. Chi ha avuto l’intuizione di definirla tale ha colto perfettamente il senso di queste ore vissute in maniera così inusuale in questo posto.

Quando dico che sembra di essere in un ristorante non è un’utopia, ma realtà: a servirci ai tavoli vi sono tanti volontari che, con grande gentilezza, riempiono i bicchieri prima che si svuotino e, appena vedono che manca qualcosa nei piatti o che stai per finire, sono subito lì, pronti a servire altro cibo.
La giornata non è soltanto un pranzo ricco di emozioni, ma anche un’esplosione di sapori e odori nuovi per il palato e l’olfatto.
Dentro la sala cinema vi è un palco scenico rialzato che nemmeno oggi è stato rimosso, ma meglio così, perché è diventato l’area in cui i figli e i nipoti dei detenuti vanno a giocare tra loro, visibili a tutti i presenti. Sono intrattenuti dai volontari, che hanno portato giochi di vario genere poi regalati ai piccoli.
I bambini rendono il posto ancora più carico di entusiasmo rispetto al clima già acceso che si respira. La loro presenza, la loro voce e la loro innocenza rendono questo luogo, per poche ore, uno spazio di libertà.

Durante le tre ore di festa i detenuti presentano a vicenda i propri cari agli amici di detenzione. Alcuni volontari, con molta discrezione, si siedono a parlare con i detenuti che conoscono e con i loro familiari. Queste ore diventano così anche momenti di socialità, conoscenza e condivisione. Insomma, qualcosa di eccezionale che non appartiene al mondo penitenziario.
Anche gli agenti della polizia penitenziaria, in questa giornata, sono meno presenti e meno invadenti rispetto ai colloqui ordinari. Sembra quasi che non ci siano, e questo fa la differenza.
Per chi vuole, c’è anche la possibilità di uscire fuori dalla sala e stare all’aperto, per modo di dire: uno spazio abbastanza grande, ma recintato su tutti e quattro i lati dal cemento. Il cielo, almeno quello, ci può vedere senza impedimenti di alcun genere.

Il fatto di poter uscire e camminare con i miei cari, o semplicemente stare in piedi a parlare per tanto tempo, è stato qualcosa di emotivamente entusiasmante. Per non parlare del momento in cui giocavo e correvo insieme ai miei nipotini: gesti insignificanti per chi è libero, ma di enorme valore per me e per molti altri che sono reclusi da tanti anni.
Ai miei cari, il fatto di stare in uno spazio circondato dal cemento fa un certo effetto, perché per camminare si deve fare su e giù in pochi metri quadrati, come criceti. Quando dico loro che questa “gabbia di cemento” è la replica dei cortili dove noi detenuti andiamo all’aria aperta a passeggiare, rimangono senza parole.
Senza dubbio, questa rimane la giornata più bella che io abbia mai vissuto in questo luogo così desolante. Giornate come questa, con i loro momenti speciali, permettono di rompere la monotonia che il carcere impone quotidianamente: dal luogo, agli orari, alla varietà delle persone, alle voci dei bambini, al cibo, fino alla professionalità dimostrata dagli agenti della polizia penitenziaria.

Ci tengo però a sottolineare che le persone che hanno reso possibile questa magia sono i volontari. Senza di loro, nulla di tutto ciò sarebbe potuto accadere.
Il mio grazie va ai volontari che, armati di grande umanità, hanno fatto sì che noi, reclusi nel carcere della Dozza, ci sentissimo liberi per poche ore insieme alle nostre famiglie.