Quando un dolce diventa un diritto negato
La redazione di “Ne Vale La Pena/In diversi istituti, incluso il carcere della Dozza di Bologna, è stato recentemente imposto un divieto che, a prima vista, potrebbe sembrare marginale: non è più consentito ai detenuti portare dolci o bevande ai colloqui familiari. Tuttavia, dietro questa misura – apparentemente insignificante – si cela una ferita profonda che tocca il cuore stesso della relazione umana, una ferita aperta nel fragile legame tra i detenuti e i loro cari, una beffa che pesa sul cuore di chi già soffre la privazione più grande: la libertà.
Una perdita incredibile
In un luogo dove la quotidianità è fatta di silenzi, isolamento e sofferenze, il momento del colloquio con la famiglia dovrebbe essere un’oasi di umanità, un istante di sollievo capace di ricordare a chi è rinchiuso che esiste ancora il mondo di fuori, fatto di affetti e calore umano. Chi vive dietro le sbarre sa che il colloquio con i propri cari è molto più di un momento di visita. È un frammento di normalità, un respiro di vita, un abbraccio che cerca di superare il freddo delle mura. E quel piccolo gesto – una cioccolata condivisa con la compagna o il compagno, un bicchier d’acqua da porgere al vecchio genitore o un biscotto portato all’amico d’infanzia – che diventa simbolo di affetto, di memoria, di famiglia.
Togliere questi gesti significa togliere un ponte. Significa negare la possibilità di sentirsi, per un attimo, parte di qualcosa di più grande della pena. Significa spezzare un rituale che ha tutto di umano.
Chi ha vissuto la detenzione sa che non si chiede il lusso, ma il rispetto. Non si pretende il privilegio, ma la possibilità di sentire ancora il calore di casa. E se un pezzo di cioccolata può diventare veicolo d’amore, allora vietarlo è un atto che va ben oltre la sicurezza: è una scelta che disumanizza.
Una punizione contro uno, ma che colpisce tutti
La direzione del carcere della Dozza ha sempre promosso l’osmosi tra il mondo di fuori e quello di dentro, concretizzata attraverso l’implementazione di corsi, iniziative culturali e collaborazioni con importanti aziende bolognesi in grado di offrire formazione e occupazione. Proprio su questo prezioso concetto la Redazione “Ne Vale la Pena” chiede di restituire uno spazio in cui poter condividere un dolce e una bevanda con chi si ama. Non c’è bisogno di rievocare lo spirito natalizio per ricordare che un dolce non è solo zucchero, uova e farina, ma è memoria, affetto, speranza e comunione. Ma è anche un momento di civiltà in quanto il convivio, peraltro uno dei dialoghi più affascinanti scritti da Platone proprio sull’amore, è stato fin dal tempo degli antichi greci non solo un momento di ospitalità, ma anche il centro di quelle istituzioni sociali che hanno, di fatto, avviato e favorito la democrazia.
La Redazione della Dozza comprende perfettamente i motivi per i quali diverse carceri hanno preso questa decisione: lo scriteriato utilizzo da parte di alcuni detenuti e dei loro familiari di una zona di socialità comune ad altri ristretti, per introdurre beni illegali. Fermo restando la piena condanna della Redazione per queste persone che, per primi, danneggiano e sporcano l’immagine di quelle migliaia di detenuti rispettosi delle regole, degli operatori e dei compagni di detenzione, è bene ricordare che la responsabilità penale e disciplinare è personale. Colpirne uno per educarne cento era quanto espresso e applicato Mao Zedong, che con i suoi sessanta milioni di morti non ha certo mai condiviso il piacere della convivialità, della civiltà e, soprattutto, della libertà.
Possibili soluzioni
La Redazione, inoltre, comprendendo che le sanzioni per chi cerca di introdurre beni illeciti hanno poco potere deterrente, propone anche una soluzione che potrebbe coniugare le esigenze di sicurezza con quelle di coloro che non meritano di pagare per chi si disinteressa della legge e, soprattutto, dei propri compagni di detenzione. Innanzitutto, nulla deve provenire dai visitatori. In secondo luogo, visto che all’interno del carcere è possibile acquistare svariati beni alimentari ordinabili tramite un modulo, si potrebbe aggiungere a questi una sorta di “set da colloquio”, che andrebbe consegnato direttamente agli agenti. Ancora più semplice sarebbe l’installazione di una macchina distributrice di snack, caffè e bevande, utilizzabile con la propria tessera telefonica, da cui verrebbe scalato l’importo come, peraltro, avviene già con la lavatrice.
Per rendere il carcere più umano
Un piccolo sforzo tecnico che permetterebbe di ricordare a tutti che la Dozza non è solo un carcere. È un luogo dove uomini e donne cercano di ricostruirsi e di non perdere il filo della propria identità e in cui ogni colloquio è un filo che tiene insieme ciò che resta, condividendo, almeno per un’ora, il sapore della tenerezza. Perché la libertà è fatta anche di piccoli segni e di gesti d’amore che una legge penitenziaria, soprattutto se colpisce tutti in maniera indiscriminata, non dovrebbe mai negare.