Musica, carcere e radio
di Igli Meta / Vengo svegliato dal rumore che fa il mio compagno di celle mentre prepara il caffè.
Nonostante faccia silenziosamente, il più piccolo movimento si sente subito, poiché la cella è molto piccola. La cella è quasi interamente buia, nonostante fuori ci sia già luce. L’unica cosa che la illumina è la TV, già accesa in modalità muto. La camera è semibuia non perché la finestra sia dotata di persiana, ma perché l’abbiamo coperta con un telo da mare spesso, per non far entrare la luce. Questo stratagemma viene adottato soprattutto d’estate, quando il sole sorge molto presto e i raggi picchiano dentro la cella, aumentando la temperatura soffocante di queste gabbie di cemento. Do il buongiorno al mio compagno di cella, che ricambia con una voce allegra. Per poterci vedere meglio, apre subito la “persiana”. Il televisore, come detto, è già acceso perché, mentre io dormivo, lui stava guardando il telegiornale, o meglio, stava leggendo i sottotitoli delle notizie che scorrono in basso. Da queste parti funziona così: quando il compagno di cella dorme, la televisione si accende, ma senza volume. È una forma di rispetto nei confronti di chi sta dormendo. Dopo aver fatto il caffè per entrambi, come in carcere sanno fare, lui se lo beve. A me, invece, lo lascia dentro la moka per non farlo raffreddare.
Sono le 7. L’appuntato della sezione apre la porta della cella per far uscire il mio compagno, che deve andare a lavorare. Gli auguro una buona giornata. Una volta che è uscito, l’assistente richiude di nuovo la porta. Dopo aver sentito velocemente le notizie, metto la TV, come ogni giorno, sul canale 266, Radio Zeta. È un canale radiofonico che viene trasmesso anche in televisione, che permette non soltanto di sentire, ma anche di vedere gli speaker e il video delle canzoni. Ho notato, in questi anni di detenzione, che qui dentro non c’è soltanto la necessità di sentire la musica, ma anche di vederla. Radio Zeta, o meglio, “Radio Zeta generazione futuro” come suona la sigla intera, è la mia radio preferita, poiché passa il genere di musica che piace a me. Inoltre, essendo gli speaker prevalentemente della mia generazione, gli argomenti e le curiosità che vanno a toccare mi interessano molto. Posso dire che questa è la radio che mi ha accompagnato in questi anni di detenzione. Le canzoni che sono passate hanno spesso espresso i miei stati d’animo. Radio Zeta, da quello che ho potuto sentire e vedere, è l’emittente più ascoltata dalla popolazione carceraria italiana.
Mentre bevo il caffè, vedo che c’è la mia cantante preferita. Prendo il telecomando e alzo il volume, gustandomi il caffè con questa bella voce. Dal momento che in cella sono da solo, lascio la porta del bagno aperta, così posso ascoltare la musica anche lì. Sono le 8.30. L’appuntato mi dà il buongiorno e apre la porta. Alcuni amici vengono a trovarmi. In attesa che l’assistente ci chiami per andare al lavoro, stiamo seduti a parlare della notte passata e di quello che faremo in giornata. Tutto questo accompagnato dalla musica di sottofondo.
Ogni tanto la nostra attenzione viene attirata da qualche canzone che ci piace particolarmente: quindi, silenzio e spariamo il volume. A volte, invece, lo sguardo viene attirato da qualche bella cantante o conduttrice radiofonica. L’appuntato urla ad alta voce “FID, azienda”. La chiamata, per modo di dire, è per me ed alcuni miei amici. Spengo la TV ed esco in sezione. Saluto e scambio qualche parola con chi è già fuori dalla sezione. Qualcuno, che purtroppo non lavora, è già pronto per andare a fare l’ora d’aria mattutina. Quando si va all’aria c’è chi cammina, chi corre oppure chi pratica attività fisica a corpo libero. Durante l’ora d’aria, di solito, alcuni detenuti portano con sé la radio tascabile oppure il lettore CD per poter ascoltare la musica. Questo aiuta a fuggire con la mente dal posto desolato in cui ci si trova. Io, però, non ho mai avuto questa abitudine: mi piace di più parlare con gli altri o, quando sono solo, immergermi nei meandri della mia mente e viaggiare con i miei pensieri. Bisogna sapere che, dentro queste mura, vengono utilizzati apparecchi elettronici che oramai, nella società esterna, non si usano più e che le ultime generazioni non sanno nemmeno che esistano. Uno di questi strumenti è la radio portatile. È molto diffusa in questi luoghi, dal momento che non vi è la possibilità di ascoltare musica attraverso il telefono o il computer.
Questi ultimi due dispositivi elettronici non sono ammessi in carcere. Avere un telefono qui dentro è un reato. Per quanto riguarda il computer, invece, in alcuni casi molto eccezionali è consentito. Le persone detenute che possono essere autorizzate ad avere un PC sono soltanto gli studenti universitari o coloro che stanno scrivendo un libro. Stiamo parlando veramente di un numero molto esiguo rispetto al totale della popolazione carceraria.
La radio portatile, per poter funzionare, ha bisogno di batterie che si esauriscono in poco tempo. Infatti, non tutti possono permettersi di averne una, perché per alcune persone è una spesa importante comprare continuamente pile. Per non parlare dell’altro strumento che costa più mantenere che acquistare: il lettore CD. Quest’ultimo, secondo me, continua ad essere venduto soltanto perché viene acquistato dalle persone recluse. Il lettore CD è importante perché consente di ascoltare le canzoni del proprio cantante preferito. Oppure, per quanto riguarda i detenuti stranieri, garantisce la possibilità di ascoltare la musica del paese d’origine, alleviando così la nostalgia per la propria terra natia. Ritornando alla mia giornata tipo: scendo le scale e, dopo aver percorso un tunnel sotterraneo, modalità metropolitana, mi ritrovo nell’officina metalmeccanica presente all’interno dell’istituto penitenziario di Bologna. L’azienda per cui io ed altre quindici persone lavoriamo è un’impresa esterna: FID, “Fare Impresa in Dozza”, è una realtà unica nel panorama nazionale che dà la possibilità a una decina di detenuti di imparare un mestiere e, una volta raggiunti i termini di legge, li inserisce nel contesto produttivo esterno. Senza descrivere la giornata lavorativa, dico soltanto che anche all’interno dell’azienda abbiamo una radio che ci accompagna durante le sei ore di lavoro.
Anche la radio è abbastanza segnata dal carcere che anche lei si è fatta. A differenza della radio portatile, questa, per fortuna, è elettrica ed è di grandi dimensioni. Anche al lavoro la frequenza radiofonica più ascoltata rimane … “Radio Zeta”. Bisogna però dire che soltanto una persona su sedici lavoratori assunti alla FID non desidera ascoltare la musica durante il lavoro. Infatti, c’è una discussione continua su quanto dovrebbe essere alto il volume. Dal mio punto di vista, avere come sottofondo un po’ di musica è piacevole perché, oltre alla musica, a volte vengono raccontate brevemente le notizie del giorno ed aneddoti interessanti che spesso fanno ridere e ci fanno dialogare tra di noi mentre lavoriamo. Le sei ore di lavoro finiscono veramente in fretta rispetto al resto della giornata che trascorro in carcere. Quando salgo in sezione e mi incammino nel corridoio del reparto per andare nella mia cella, sento da diverse celle la musica a tutto volume. Da queste parti funziona così: dopo una certa ora si sintonizzala televisione sul canale musicale preferito e si lascia tutto il giorno lì.
La televisione rimane accesa anche se nessuno è dentro. Entro in cella e vedo il mio compagno che è già tornato dal lavoro e, indovinate cosa sta facendo? Sta guardando la TV. Qui dentro la televisione è fondamentale, perché è l’unico modo per rimanere in contatto continuo con la società esterna. Almeno lui non sta ascoltando la musica, ma sta guardando un programma di cucina. Direi, per fortuna, perché altrimenti, solo musica sarebbe eccessivo. Dopo aver mangiato qualcosa, mi preparo per andare in palestra. Sono le 16:00 e l’appuntato, in perfetto orario, urla ad alta voce “palestra, palestra!”. Una volta raggiunta la palestra, la prima cosa che faccio, se non l’ha fatto qualcun altro, è accendere la radio. La frequenza che mettiamo nella radio elettrica, della prima guerra mondiale e semi distrutta, è 97.3, Radio Peter Pan. Non so come mai, ma questa è la radio che ascoltiamo prevalentemente in palestra. Posso dire che ci sta cambiare, così da poter ascoltare generi diversi rispetto a quelli che passa la mia radio preferita. A differenza di quanto accade al lavoro, qui in palestra la musica si mette con il volume molto alto, soprattutto quando ci sono pezzi che piacciono particolarmente a chi si sta allenando. In questo caso il volume alto ci vuole, dal momento che dà più spinta per potersi allenare nei giorni in cui si è svogliati. Dopo aver trascorso un’ora e mezza in palestra, spengo la radio e vado in cella. Mi cambio velocemente e vado in doccia, che non si trova in cella, ma è fuori dal reparto. La doccia è in comune, come nelle piscine presenti fuori da queste mura. All’interno della doccia, però, non abbiamo la radio, anche perché con tutta quell’umidità non so quanto potrebbe durare.
Dopo aver cucinato e mangiato, si sono fatte le 20:00. È l’ora della chiusura: l’appuntato passa e chiude le celle. La giornata sta per finire. Siamo di nuovo io e il mio compagno di cella. Lui sdraiato sulla sua branda e io sulla mia a guardare il telegiornale. Dopo aver visto il TG, prendo il mio PC e comincio a scrivere l’articolo che state leggendo. Nel fare questo prendo le cuffie, le collego al computer e metto della musica, anche per potermi concentrare meglio, dal momento che il mio compagno sta guardando un film che io ho già visto cinque volte.