Giustizia riparativa/ “Riparare ciò che si è rotto”

di Piombo/ Durante la settimana sulla giustizia riparativa al carcere Rocco D’Amato di Bologna si è parlato di cosa significhi davvero punire qualcuno e se la pena possa essere qualcosa di più di una semplice restituzione del male. In particolare, la terza giornata ha visto come ospite il professor Giovanni Angelo Lodigiani, docente e mediatore penale dell’Università dell’Insubria, nonché membro fondatore del Centro studi sulla giustizia riparativa e la mediazione (CeSGReM) presso la medesima università.

Il suo intervento si è concentrato sul tema del perdono, non come alternativa alla giustizia, ma come parte di essa. Il punto centrale è chiaro: una persona non è il suo errore. Lo ricorda anche la riforma Cartabia: nessuno coincide interamente con il reato che ha commesso. E allora la responsabilizzazione non può fermarsi all’ammissione di colpa. Deve diventare una consapevolezza più profonda, che passa anche attraverso il confronto con chi ha subito il danno. Il perdono, in questo percorso, non è mai scontato. È una possibilità che si costruisce con fatica, attraverso il dialogo e la mediazione.

Le riflessioni emerse durante questo incontro trovano continuità con quelle sviluppate nella giornata precedente, che ha visto l’intervento del cardinale Matteo Zuppi. Ha insistito sulla dimensione umana della giustizia: non vendetta, ma possibilità di cambiamento. In questo senso, ha sottolineato come in carcere, paradossalmente, possa emergere un’umanità che fuori rischiamo di perdere, schiacciati dai ritmi e dalle pressioni di ogni giorno. La giustizia riparativa, nelle sue parole, è un modo per “riparare ciò che si è rotto”.

Non con scorciatoie, ma con tempo, responsabilità e consapevolezza. Lodigiani guarda alla giustizia riparativa come a un percorso giuridico e relazionale; Zuppi come a un’occasione concreta per ricostruire legami e aprire alla speranza. Ma entrambi rifiutano l’idea che una persona possa essere ridotta a ciò che ha fatto. Non si tratta di evitare il confronto con il reato: si tratta di attraversarlo in modo diverso, riconoscendo il danno e lasciando spazio al cambiamento.