Quando la tristezza non se ne va e pensi al peggio
di Piombo/La disperazione in carcere è un male che colpisce molta gente. Si manifesta in molteplici modi: c’è chi ne soffre dopo aver provato in tutte le maniere a far andare a posto i tasselli della propria carcerazione e – non vedendo alcun cambiamento – si lascia andare all’oblio, ritirandosi in cella, non vivendo più la sezione e, anche a causa dei farmaci, entrando in una spirale di depressione. Ma la disperazione può essere peggiore: è quella cosa che ti colpisce come una magia al cuore e ti toglie il respiro. È quella cosa che ti fa guardare il muro della tua cella, sdraiato sul letto, fregandotene di tutto e tutti. È avere solo due chiamate a settimana – solo con l’avvocato – e usarle entrambe per sentirti dire che non è in studio. È sentirsi soli e vuoti nell’anima. Pensieri che si rincorrono e si accavallano, galoppando nella tua mente, togliendoti la lucidità e facendoti pensare a cose davvero brutte e indicibili. Ti ritrovi a pensare a te, agli anni di branda fatti, quanti ancora ne farai e agli altri che dovranno ancora arrivare. A quel punto pensi ad azioni impensabili fino a poco tempo prima.
Pensi di non farcela più, non hai la forza mentale per affrontarli, pensi alla corda.
Sì: pensi più e più volte a tagliarti le vene in bagno, chi se ne accorgerebbe quando sei solo in cella?
Pensi: a chi mancherò? A nessuno. Pensi alla famiglia che soffrirà – se ce l’hai – ma alla lunga se ne farà una ragione e gli passerà. Io sono “un senza famiglia” e in prossimità del mio primo anno alla Dozza, non nego di averci pensato più e più volte, visto gli anni già scontati all’estero. Penso se mi dovessero arrivare tutti gli altri definitivi… Chi me lo fa fare?
Ho bloccato per una settimana tutti i miei impegni: i corsi, la scuola. A furia di tenermi sempre occupato mi ero convinto di avere una vita quasi normale, invece no. Se ti fermi a pensare sei fregato e la disperazione ti strazia fin dentro le viscere. Non so come andrà, ma so che ci saranno altri momenti in cui dovrò combattere contro il demone che è dentro di me, quando si ripresenterà. Perché al di là dei discorsi, sorrisi e impegni, ho un vuoto dentro che non riesco a colmare. È una gara a chi vince e non so se sarò sempre abbastanza forte da contrastare la disperazione che ogni tanto si impossessa di me. So solo che ci penso sempre più spesso, ma ancora non ho avuto il coraggio, e spero di non averlo mai.
(In collaborazione con la rivista del carcere di Chieti)