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di Orazio Rolletto / Vorrei portare la mia testimonianza sulla sanità in carcere, perché il mio caso potrebbe accendere una luce sulla drammatica situazione vissuta da quei detenuti per i quali all’afflizione di una pena, giusta o ingiusta che sia, si aggiunge l’angoscia di dover convivere con una patologia.
Dal 2013 soffro del morbo di Chron, per il quale sono stato operato una prima volta nel 2018 e una seconda volta mentre ero detenuto qui alla Dozza. Un’esperienza che mostra come dei diritti dei detenuti non importa nulla a nessuno.

Durante il mese di ricovero al S. Orsola, mi sono trovato precipitato nelle segrete delle peggiori carceri. Per i degenti ristretti, niente telefonate alla famiglia, che nel mio caso è composta da mia moglie e due minori (con i quali ho l’autorizzazione a 4 telefonate settimanali). Se non fosse stato per la professionalità degli agenti penitenziari, sarei risultato un vero e proprio desaparecido.

Rientrato in carcere, avevo perso 28 dei 74 chili che avevo prima dell’intervento. Nonostante tutto ciò la Dirigenza sanitaria della Dozza non solo non mi ha supportato con una dieta adatta alla patologia, affermando che potevo mangiare tranquillamente dal carrello del vitto, ma ha ripetutamente espresso parere negativo alle mie richieste di poter scontare il mio residuo pena ai domiciliari. Una concessione che peraltro permetterebbe di alleggerire il gravoso compito genitoriale unicamente sulle spalle di mia moglie, la quale lavora 10 ore al giorno lasciando i figli a casa con mia madre.
È probabilmente anche a causa di questa dieta e dalle mie difficoltà a deambulare, aggravata dalle limitazioni e dagli spazi ristretti, che dal 17 febbraio il morbo di Chron è di nuovo attivo, aggravato da un’ulteriore infezione, e che non riesco a guadagnare peso.
Il dirigente sanitario anziché aiutarmi a migliorare la mia condizione, ha scritto al magistrato di sorveglianza che la riattivazione del morbo, rilevata da una colonscopia, e il mio sottopeso, rilevato dalla stessa infermeria della CC, sono solo bugie. Un’asserzione per la quale il mio avvocato ha intenzione di esporre querela.

Il problema sta nella mentalità “carcero centrica” e nella scarsa fiducia della Direzione sanitaria, che interpreta ogni richiesta di alternativa alla detenzione per ragioni sanitarie, come qualcosa di sospetto da contrastare con argomentazioni a mio giudizio speciose e in contrasto con i principi costituzionali e del buon senso. E in contrapposizione anche con i1 parere favorevole alla mia richiesta che la direttrice della Dozza ha correttamente inviato alla Magistratura di sorveglianza, dalla quale attendo un esito che, se non fosse per le inspiegabili asserzioni della Direzione sanitaria, avrei già potuto ottenere da mesi.