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Il Vescovo di Bologna, mons. Matteo Zuppi, ha visitato la redazione di “Ne vale la pena”

La redazione di “Ne Vale la pena”, giornale del carcere Dozza di Bologna, della quale fanno parte detenuti, volontari dell’Associazione “il Poggeschi per il carcere” e p. Marcello Matté, dehoniano, il 16 giugno ha avuto il piacere di intervistare il vescovo della città felsinea, mons. Matteo Maria Zuppi, il quale cordialmente ha accettato l’invito che il gruppo gli aveva rivolto qualche settimana prima, conoscendone l’attenzione e la sensibilità per le persone che vivono la condizione della carcerazione.

La dignità imprigionata

di Nicola Rabbi/Le carceri italiane anche se non sono più sovraffollate come qualche mese fa - e questo per evitare di incorrere nelle sanzioni dell’Unione Europea - rimangono comunque un luogo non pensato e organizzato per rieducare un detenuto, ma un luogo per tenerlo semplicemente separato dalla società civile, in una sorta di limbo dove il tempo non passa mai e dove si perde il senso delle cose.

Un problema chiamato carcere: la sicurezza la primo posto!

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di Marco Baldi/Il timore è che l’applicazione di tali misure possa ridurre il controllo sociale sulla devianza e quindi sulla sicurezza dei cittadini. Il ricorso al carcere serve a liberarsi, a non vedere, cittadini scomodi, levati dalla strada e rinchiusi in una discarica sociale. Non importa se in questo modo restituiremo persone peggiori alla stessa società che richiede soggetti rieducati.

Un problema chiamato carcere: la sicurezza la primo posto!

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di Marco Baldi/Il timore è che l’applicazione di tali misure possa ridurre il controllo sociale sulla devianza e quindi sulla sicurezza dei cittadini. Il ricorso al carcere serve a liberarsi, a non vedere, cittadini scomodi, levati dalla strada e rinchiusi in una discarica sociale. Non importa se in questo modo restituiremo persone peggiori alla stessa società che richiede soggetti rieducati.

La coscienza del rigetto: una ballata carceraria

di Pasquale Acconciaioco/La pena di un detenuto vissuta e descritta tutta d’un fiato, quando la delusione è troppa e il caos invade la mente

Si apre il cancello e la macchina entra, mi scarica. Mi guardo intorno e mi prendono le impronte: perquisizione, matricola… uno va e l’altro viene; c’è silenzio nella mia cella, c’è silenzio nel mio cuore. Mi spostano. Vado in sezione o in infermeria? Non si sa. Qualcuno grida, altri si tagliano, si sentono urla. Abbassa il volume che devo dormire; sento chiavi, sento passi, c’è silenzio.

Perché suicidarsi in carcere? Come considerare questo atto estremo?

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di effedie/Ne abbiamo discusso in redazione, ma l’argomento del suicidio è stato trattato ampiamente da letteratura, filosofia, psicologia, sociologia e religione. Dall’“istigazione al suicidio”, al suicidio come atto di libertà e liberazione, di eroismo o di protesta, le filosofie si dividono fra il proprio diritto di decidere o meno, e fra coloro, soprattutto quelli legati a una fede, che ritengono la vita sia solo nelle mani di Dio. Relativamente al carcere, per alcuni il suicidio è una forma di debolezza, di incapacità ad affrontare la circostanza in cui si viene a trovare.

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