La storia di Federica

Federica, 27 anni, transessuale, giunge in Italia con la speranza di trovare un ambiente libero da pregiudizi, quegli stessi pregiudizi che l’hanno indotta a lasciare il suo paese natale, il Brasile, dopo aver perso il lavoro. Ma all’arrivo in Italia il destino che l’aspetta è quello che accomuna la sua storia a quella delle molte altre vittime di tratta: la prostituzione. Impossibile denunciare quando si è senza difese, perché senza documenti e stranieri. Per la legge italiana Federica non è una vittima bensì colpevole, un unico termine a circoscrivere la sua storia: clandestina. E’ la discriminazione di stato che punisce non perché si ha violato la legge, ma perché si è cittadini di un altro paese: una condanna a 11 mesi di carcere, poi il patteggiamento, la riduzione della pena a 5 mesi e 11 giorni e infine i lunghissimi 20 giorni rinchiusi in una cella, sufficienti per inciderle sulla pelle il marchio indelebile della sofferenza. Lo smacco ulteriore di una denuncia per sfruttamento caduta nel vuoto e l’unico desiderio, ora, a due anni di distanza, di fare ritorno a casa. Sogno negato, anche quello, per chi è senza documenti, inesistente tanto per l’Italia che per il Brasile. Forzata a rimanere in Italia e oggetto di vecchie nuove discriminazioni. “Lavorare, se sei transessuale è estremamente difficile, se poi non hai nemmeno il permesso di soggiorno, quasi impossibile”. Nel suo racconto l’identità di genere costituisce una barriera all’entrata nel mondo del lavoro più forte della stessa clandestinità. “Ho parlato con italiani che mi avrebbero fatto lavorare anche senza documenti, ma quando ho detto di essere transessuale è sfumato tutto”. F. non si è arresa.


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