Nell’ultimo periodo un colpevole calo d’attenzione delle istituzioni si è affiancato ad un bombardamento mediatico morboso, che ha risuscitato vecchi stereotipi e ha fatto fare, secondo Porpora Marcasciano, del MIT – “un notevole passo indietro al movimento per l’identità di genere”. Una situazione sociale e mediatica in cui, nell’immaginario degli italiani, “prendono di nuovo piede sovrapposizioni sbagliate, per cui la figura del transessuale e quella della prostituta coincidono”. Questa, in sintesi, la posizione espressa da Marcasciano, vicepresidente del MIT nel corso del seminario “Diversità come valore“.
Alle strutture del MIT si rivolgono circa 670 utenti, e di questi un 40% sono di sesso femminile alla nascita; una quota pressoché invisibile per la gente comune, per cui i transessuali sono solo individui di sesso maschile che assumono un’identità femminile. Il battage mediatico seguito al caso Marrazzo e agli altri fatti di cronaca che negli ultimi tempi hanno portato i transessuali sui giornali e negli schermi televisivi hanno fatto un grave danno al movimento per l’identità di genere, segnando una vera e propria involuzione. A Bologna, F. dice di essere stata costretta a chiudere il negozio, altri denunciano una maggiore difficoltà a trovare lavoro, ora che la transessualità si associa con più forza alla prostituzione, con chi, allo sguardo superficiale dei media, devia dalla “normalità”.
Quando Marcasciano ripercorre la storia del Movimento nato nel lontano 1979, il suo sguardo non è rivolto al passato, ma al presente ed al futuro, “si deve rompere la crosta di superficialità per rintracciare le tracce del rifiuto diffuse nelle nostra società, per non restare sorpresi di fronte agli episodi di violenza, visti nella loro singolarità”. “Il movimento non nacque allora per rivendicare i diritti dei transessuali, ma per sancire il diritto all’esistenza di queste persone, la cui presenza era costantemente rimossa nel discorso pubblico dell’epoca”. A tre anni di distanza la legge 164/82 metteva l’Italia, con la Germania ai primi posti per quel che riguardava la tutela dei diritti di omosessuali, lesbiche e transessuali. A distanza di decenni questa rimane l’unica legge in questo ambito, non sono seguiti emendamenti che aggiornassero il dettato legislativo, allora fra i più avanzati. “Un silenzio assordante ha avvolto le istituzioni che preferiscono non avventurarsi su un terreno scivoloso”.
Alla legge 164 del 1982 devono fare riferimento tutti quelli che desiderano intraprendere il percorso di riattribuzione anagrafica, un cambio di nome che, stante la legge corrente, rischia di mutarsi in un calvario. In Italia si ha la possibilità di mutare il proprio nome solo quando si sia effettuato l’intervento per cambiare sesso, in altri paesi, come la Germania o la Spagna di Zapatero la riattribuzione anagrafica non deve avvenire necessariamente a completamento di un percorso chirurgico, a dimostrazione di come in questi paesi l’identità di genere non si identifichi con il discorso medico-scientifico, ma chiami in causa la soggettività globale dell’individuo.
Un dettato legislativo che si ripercuote negativamente sul vissuto dei transessuali, che vedono moltiplicarsi le barriere all’accesso nel mondo del lavoro quando il nome non si confà alle sembianze fisiche. Ma anche una volta che l’intervento sia stato effettuato qualcosa può andare storto e una burocrazia farraginosa trasformare la vita in una via crucis. È quanto ci dice Eva, che dà due anni ha fatto l’intervento in una clinica privata e ancora attende la sentenza per la riattribuzione anagrafica. Fra udienze rimandate, perizie ginecologiche e psichiatriche, che sanciscono le tappe del percorso accidentato di chi allo Stato chiede solo i propri diritti.
La transessualità è stata vissuta da molti nel privato, liquidata come patologia dal discorso medico. Ancora oggi il DSM4 (Diagnostical and statistical manual of mental disorders) comprende nel proprio elenco la transessualità definita come Disturbo dell’Identità di Genere o Disforia dell’Identità di Genere, un anacronismo medico che etichetta come devianti o malate persone che compiono scelte sessuali del tutto legittime. Proprio per scalfire i dettami del mondo medico e mostrarne la dipendenza da un campo socio-culturale più ampio l’ONIG (Osservatorio Nazionale sull’Identità di Genere) organizza per il 21 maggio un convegno dal titolo “L’attualità del DSM5”. Porpora, che è fra i promotori dell’evento, non nasconde però che “l’esclusione della transessualità dal DSM5, così come è già avvenuto per l’omosessualità, avrebbe una ripercussione sulla possibilità di accesso agli interventi medico-chirurgici, attualmente garantiti dalle strutture pubbliche”. In definitiva è la leva economica a costituire un freno alla stessa azione delle associazioni.
Il quid della questione, sottolinea Porpora è che “sono ancora gli individui, transessuali, travestiti e transgender a costituire il ‘problema’, ad essere oggetto di osservazione ed etichettamento, mentre è la società in cui viviamo ad avere un problema, nella sua incapacità di vedere senza il filtro del pregiudizio, nel suo lavorio costante di ri-produzione del diverso”. “Occorre rovesciare il paradigma, parlare della transessualità come di un’esperienza, di un percorso di vita: il disagio del transessuale non nasce tanto nel rapporto con il proprio Io, ma quando è costretto a fare i conti con un contesto socio-culturale che nega, non riconosce l’identità che gli appartiene”. Il punto è politico, occorre aprire un dibattito ampio sulle discriminazioni di cui sono oggetto i transessuali, sui loro diritti negati.
Quella che svolge il MIT è un’azione di empowerment: molte delle persone che si rivolgono agli sportelli hanno perso la fiducia nelle proprie forze o non hanno piena consapevolezza dei loro diritti. A Bologna il MIT è attivo su più fronti, dal Consultorio allo Sportello CGIL. Ogni notte, inoltre, ingaggia una battaglia che Marcasciano definisce di “riduzione del danno. Durante le uscite gli operatori dell’Unità mobile si recano nelle zone dove sono presenti transessuali che si prostituiscono, offrendo loro un servizio di aiuto, prevenzione e informazione”. Quello dell’associazione è un servizio rivolto a tutti, indipendentemente dalla cittadinanza italiana.
Secondo Marcasciano “la situazione è critica anche a Bologna, sempre meno impermeabile alla discriminazione e al pregiudizio”. Alle reti solidali che nel passato hanno contraddistinto una differenza ‘politica’ rischiano di sostituirsi le ronde, a delineare una geografia dell’esclusione, fondata sulla paura”. Oggi, in mancanza di dati ufficiali, è estremamente difficile mappare il territorio, indicando le zone maggiormente a rischio, anche se l’impressione è che di discriminazioni sia impregnata l’intera Italia, dalla Lombardia alla Sicilia, attraversando l’Emilia Romagna, che ha smesso di essere un’isola felice. Marcasciano sottolinea inoltre come “la mancanza di statistiche a livello nazionale sia deleteria per proseguire delle politiche mirate, alle analisi qualitative devono fare da controcanto i dati quantitativi”.
Per saperne di più:
www.mit-italia.it
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