Il Progetto "Nonsolocarcere: la Pena Utile"

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I gravi problemi riguardanti le carceri italiane, dal sovraffollamento alle condizioni dei carcerati e del personale penitenziario, rappresentano un grosso punto interrogativo per la democrazia del nostro Paese. Analizzando i dati ufficiali riguardanti l’Emilia-Romagna, si può notare come il tasso di sovraffollamento sia del 180%, cioè di 2049 detenuti in più rispetto alla capienza regolamentare, mentre il dato nazionale si aggira al 140%. Inoltre mancherebbero, secondo il Ministro della Giustizia Alfano, almeno 644 agenti di polizia penitenziaria per poter garantire una maggiore sicurezza e vivibilità delle carceri. Questi numeri pongono a serio rischio il dettato costituzionale che attribuisce alla pena una funzione rieducativa.
Una delle possibili soluzioni per ovviare a questa problematica, garantendo valori come la Giustizia e la Legalità, è rappresentata dalla promozione di un fattivo interesse per il sistema dell’esecuzione penale esterna che, pur essendo da trenta anni parte integrante dell’esecuzione penale, non è conosciuto come il mondo carcerario a cui viene rivolta un’attenzione pressoché esclusiva quasi che le pene non detentive siano sinonimo di impunità, figlie illegittime del sistema sanzionatorio.
Il progetto di rilevanza inter-provinciale “Nonsolocarcere: la pena utile” pone l’accento proprio su questo aspetto: l’obiettivo ideale del progetto è quello di promuovere un’idea condivisa di sicurezza che nasca non solo dalla necessaria prevenzione e repressione delle forze dell’ordine ma anche dalla capacità della società libera di proporre una “pena intelligente” che offra alle persone detenute e ai condannati in esecuzione penale esterna, qualora ne abbiano la seria intenzione, una reale possibilità di cambiamento.
Le forme alternative di esecuzione della pena (semilibertà, affidamento in prova e detenzione domiciliare) ai sensi dell’art. 72 L.354/75 prevedono in capo all’Ufficio Esecuzione Penale Esterna, competenze istituzionali specifiche e, come è noto, chiamano fortemente in causa anche altre istituzioni pubbliche, il mondo del lavoro, della cooperazione, del volontariato e dei media, cioè tutta la comunità locale che viene direttamente o indirettamente coinvolta in un’azione tesa alla rieducazione e alla riassunzione di responsabilità individuali e sociali, al fine di prevenire o ridurre il rischio di recidiva e contribuire alla sicurezza collettiva.

Finalità e Organizzazione del Progetto
Con questo progetto si intende, quindi, incontrare e conoscere il volontariato penitenziario attivo sia all’interno delle nove case circondariali presenti in regione, oltre che nelle case di reclusione di Parma e Castelfranco Emilia, nell’Ospedale Psichiatrico Giudiziario di Reggio Emilia e nella Casa di lavoro di Saliceta San Giuliano, sia all’esterno presso gli U.E.P.E. della regione allo scopo di creare tre gruppi di lavoro adeguatamente formati e in grado di progettare e realizzare un efficace piano di informazione e comunicazione sia a livello locale che regionale. L’idea chiave è in sintesi quella di fare un’azione di “fertilizzazione” in cui il volontariato avrà il ruolo fondamentale di protagonista competente e illuminato, mediatore tra le aspettative delle persone in esecuzione penale ristrette e quelle altrettanto valide e importanti dei liberi cittadini; esso si porrebbe come interlocutore accreditato presso gli organi di stampa e le istituzioni.
In particolare il progetto si avvarrà di un percorso in quattro tappe, iniziato nel settembre 2009, si chiuderà nel  prossimo maggio con l’arrivo a Bologna, dove verrà organizzato un evento di valenza europea, un incontro ove sia possibile conoscere e far conoscere alcune “buone prassi” già avviate in altri paesi dell’Unione. La prima tappa di questo percorso intende incontrare e conoscere il volontariato penitenziario presente nelle varie province emiliano-romagnole allo scopo di formare due gruppi di lavoro che comprendano le due zone a ovest e a est del capoluogo ma anche di avere una fotografia chiara dei soggetti realmente operanti nell’ambito del volontariato – giustizia della regione. Il passo successivo vuole offrire ai due gruppi di lavoro creati, alcune competenze indispensabili per diventare protagonisti attivi della comunicazione dal/sul carcere. La fase susseguente, una delle più impegnative sotto il profilo delle attività, riguarda il “risveglio dei territori” dove l’obiettivo è quello di informare e sensibilizzare i vari territori provinciali sul tema delle misure alternative intese come momento di “messa alla prova” e possibile accompagnamento verso la rieducazione alla legalità e alla riassunzione di responsabilità delle persone condannate detenute e non.. L’azione di sensibilizzazione complessiva, rivolta all’intera cittadinanza, prevede la costruzione di alcuni prodotti condivisi (campagna pubblicitaria, documentario esplicativo, giornale con approfondimenti sul tema da tutte le carceri) che ogni gruppo di associazioni userà e valorizzerà in modo autonomo, calandoli nella propria realtà territoriale.
Il cerchio si chiuderà con l’arrivo a Bologna, per chiudere in modo significativo il progetto con una restituzione pubblica dei dati salienti (numero delle associazioni di volontariato, delle istituzioni e di altri soggetti coinvolti, rassegna stampa delle azioni progettuali e prodotti realizzati) arricchita da una o due testimonianze di buone prassi realizzate nell’ambito delle “pene alternative” in Italia o anche in Europa.
L’ambizioso progetto sarà costantemente monitorato e valutato per garantire l’efficacia e rivalutare l’importanza della pena alternativa, sia dal punto di vista comunicativo che nell’effettiva messa in pratica della stessa.

Misure alternative al carcere: solo due su dieci commettono nuovi reati
Se, da una parte, l’opinione pubblica continua a pensare che sia il carcere come istituzione totale la soluzione migliore per controllare chi ha commesso reati e quindi per abbassare il tasso di criminalità del paese, dall’altra i dati scientifici mostrano invece l’esatto contrario soprattutto a proposito dei tassi di recidiva: molto netto il dato sul rapporto tra tasso di recidiva che si riscontra tra i detenuti usciti dal carcere (e poi rientrati a fronte di nuovi reati commessi) e quello che si riscontra tra i condannati assegnati alle misure alternative. Il rapporto è nettamente a favore delle misure alternative, dato che solo due condannati su dieci commettono nuovi reati, mentre tra i detenuti “normali” il rapporto è sette a dieci, ovvero sette persone che escono dal carcere commettono nuovi reati e vengono poi incarcerate di nuovo.
Questi sono i dati emersi durante un convegno organizzato dal ministero della Giustizia e dal Dap (Dipartimento amministrazione penitenziaria) nelle sale della Lumsa (Libera Università Maria SS. Assunta), dove ha partecipato anche Ettore Ferrara, capo del Dap.
Tutto ciò dimostra che serve un forte impegno nel servizio offerto dalle strutture (Uepe, gli uffici di esecuzione penale esterna) e un grande lavoro di comunicazione/informazione nei confronti dell’opinione pubblica. Dal continuo allarmismo sociale rilanciato dai media emerge infatti un’immagine del carcere come l’istituzione comunque più sicura e funzionale nel controllo del crimine, mentre le misure alternative vengono viste con paura, quando i dati di tutte le ricerche svolte sul tema dimostrano l’esatto contrario.
Le ricerche del Ministero della Giustizia e del Dap dimostrano, inoltre, come le misure alternative siano efficaci soprattutto con i tossicodipendenti(o ex) per una vera reintegrazione sociale rispetto al carcere tradizionale.
Quindi, il messaggio che emerge dalle ricerche scientifiche è duplice: le misure alternative abbassano il livello di recidiva e sono più funzionali al processo di rieducazione/reinserimento.
Un’ultima, importante, valutazione riguarda il rapporto tra pene detentive e non con gli altri Paesi europei, in particolare con Francia e Regno Unito: secondo i dati forniti dall’Uepe infatti, in Francia (138.000 in pene non detentive e 59.200 in pene detentive)e in Gran Bretegna (220.000 in pene non detentive e 87.250 in pene detentive) le misure alternative superano di gran lunga la soluzione carceraria; in Italia il rapporto è ribaltato, dove dei 111.203 detenuti, solo 49.053 usufruiscono di misure alternative.
Questo deve sicuramente dare da pensare nel comprendere come l’utilizzo adeguato delle pene alternative possa essere una soluzione efficace sia per risolvere i problemi all’interno delle carceri, sia nel rispetto della funzione rieducativa sancita dalla nostra Costituzione.

Per maggiori informazioni:
www.nonsolocarcere.it

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