Il Garante dei diritti delle persone private della libertà personale è una figura ponte tra il mondo della detenzione e quello di fuori. In quasi quindici comuni italiani, e in cinque regioni, il Garante si occupa di rappresentare la tutela dei diritti sia per i detenuti nelle carceri, anche minorili, sia degli immigrati trattenuti nei centri di permanenza prima della regolarizzazione o dell'espulsione.
Abbiamo incontrato l'avv. Desi Bruno, Garante di Bologna, per fare un punto su quella che è la situazione locale in fatto di carcere.
L'avv. Desi Bruno ha un ruolo difficile e cioè quello di far valere i diritti di persone recluse e considerate ai margini della società, nascoste dietro quattro mura, e sovente ritenute immeritevoli di qualsiasi diritto.
Si sa che a dispetto del sentimento di repulsione col quale la gente comune pensa al discorso delle carceri, la verità è che sulla vita nei penitenziari e sulle questioni relative all'ordinamento penale, la maggior parte delle persone di fuori non conosce quasi nulla.
Pochi per esempio sono al corrente del fatto che a Bologna e in Emilia Romagna la situazione del sovraffollamento carcerario ha raggiunto il primo posto in classifica, facendo registrare un pessimo primato di emergenza nazionale. E pochi sanno che oggi le carceri italiane ospitano perlopiù piccoli delinquenti, destinati a transitare nelle strutture penitenziarie per periodi piuttosto brevi, oppure persone tossicodipendenti le quali piuttosto che in carcere trarrebbero migliore giovamento dall'essere avviati verso programmi per il recupero sociale.
Sono tanti insomma i problemi legati all'universo della detenzione, una realtà colpevolmente trascurata e che vive di progressi sempre più lenti e che si devono all'impegno delle associazioni, dei volontari o delle persone che per qualche motivo si sono trovate vicine a questo mondo, l'hanno conosciuto direttamente e indirettamente.
Il Garante dei diritti delle persone private della libertà personale è una di queste, trattandosi di una figura legale ma non politicizzata, investita per l'appunto del compito di tutelare le persone detenute.
Il suo incarico, come ci spiega l'avv. Bruno, consiste fondamentalmente nel raccogliere le istanze connesse alla continua violazione dei diritti dei detenuti e nel cercare di farle presenti nelle sedi istituzionali, sulla stampa, presso l'opinione pubblica. Dicevamo che si tratta di un compito difficile, quello di parlare e far parlare di un tema taciuto a tutti i livelli, perfino nascosto dalla stampa nazionale, forse perché ritenuto di rilevanza secondaria rispetto alle urgenze della crisi politica ed economica, forse proprio perché, ad oggi, contrariamente agli obblighi sanciti dalle convenzioni internazionali l'Italia non ha ancora designato la figura di un Garante nazionale.
"La figura del Garante nei comuni e nelle provincie è stata concepita sin dagli inizi come una sperimentazione per approdare poi a quella del Garante nazionale", dice l'avv. Bruno e cita la recente proposta di legge per l'istituzione di questa figura di coordinamento, sulla quale però il Ministero di Grazia e Giustizia nutre ancora delle riserve.
Poi esprime forte preoccupazione sulla situazione bolognese. Oltre ai numeri spaventosi sul sovraffollamento delle carceri: "Abbiamo oltre 1200 persone detenute, contro un massimo di capienza di 480, decine di detenuti dormono a terra", il Garante ricorda gli altri problemi connessi al lavoro, alla scarsità di risorse, alla situazione sanitaria, alle misere condizioni di vita cui è condannata la popolazione carceraria.
Si tenga conto che il lavoro dovrebbe essere parte integrante dello scopo della detenzione, mentre oggi nel carcere di Bologna giusto il 10% dei detenuti riesce a svolgerlo e soltanto a turnazione. La scarsità di risorse destinate alle strutture penitenziarie impedisce inoltre la programmazione di qualsiasi attività ricreativa, culturale, rieducativa. L'esperienza del carcere diventa così fonte di frustrazioni, ancorché profondamente umiliante, dove perfino per coloro che siano semplicemente destinati a transitare per le prigioni, magari colpevoli di qualche reato comune, la detenzione finisce per acuire il disadattamento. E' in nome di questa ragione che i garanti locali si stanno battendo per una seria riforma del sistema penale, come ricorda l'avv. Bruno: "Non è possibile che ci sia una risposta penale a tutto, perché così facendo viene meno l'obiettivo per cui l'istituzione penitenziaria è stata creata. Alcuni si trovano dentro per situazioni di forte disagio sociale, come quel 30% di tossicodipendenti che andrebbero avviati verso servizi esterni e non confinati e dimenticati dentro una cella". D'altra parte, insiste il Garante, "i numeri sono tali per cui se anche venisse varato il piano carceri, con 700 nuove detenzioni ogni mese, non si riuscirebbe comunque a far fronte a un tale livello di carcerizzazione". Ed è sostanzialmente questo il motivo per cui si è opposta alla costruzione di un nuovo padiglione nel carcere della Dozza che avrebbe accolto altre 200 persone, formalmente aumentando lo spazio, ma anche moltiplicando il disagio, dal momento che manca il personale e mancano le risorse perché le cose possano funzionare. "Non è possibile che debbano essere le associazioni, le fondazioni e i volontari ad occuparsi di quegli aspetti che dovrebbero essere di competenza dell'amministrazione penitenziaria", ammette l'avv. Bruno, e spesso oltre che del lavoro si tratta di servizi minimi e diritti elementari: il sapone, prodotti per la pulizia della cella, il vestiario.
Alla domanda su quali potrebbero essere le soluzioni più immediate e facilmente praticabili prima delle riforme statali, ben più lente a venire, la risposta riguarda di nuovo l'investimento delle stesse risorse che oggi si impiegano per la costruzione degli ampliamenti strutturali degli edifici, in misure alternative come i piani di custodia attenuata o l'incentivazione di percorsi di riabilitazione esterni per i soggetti che soffrono il pesante disagio sociale.
Infine, ma assolutamente non trascurabile, è la condizione degli stranieri immigrati che ad oggi fa registrare una percentuale assai vicina al 64% di tutta la popolazione detenuta. Quest'ampia fetta di persone, insieme al carcere, risente delle difficoltà linguistiche, ambientali e della mancanza di relazioni parentali o di altri rapporti personali sul territorio. Sovente, nel loro caso, si tratta di affrontare un grave isolamento sociale.
Il Garante, che tra l'altro si occupa altresì degli ex-CPT oggi ribattezzati CIE, rivendica una maggiore attenzione per la legislazione in materia di immigrazione e per le strutture in cui gli stranieri vengono stipati. "Il CIE benché rimesso a posto è una struttura inadatta", sostiene l'avv. Bruno, "e il fatto che sia stato portato fino a sei mesi il tempo di internamento nella struttura ha parificato questa misura ad una detenzione di fatto, in assenza però di tutti gli spazi e di tutti i servizi che dovrebbero essere previsti e garantiti negli edifici penitenziari".
Per maggiori informazioni:
Ufficio del Garante dei Diritti delle Persone Private della Libertà Personale di Bologna
Piazza Roosevelt, 3
40126 - Bologna
garantedirittilibertapersonale@comune.bologna.it
www.comune.bologna.it/garante-detenuti
Un incontro di approfondimento:
http://www.bandieragialla.it/node/9302