Quali sono le rappresentazioni che i giovani migranti danno di sé e come differiscono da quelle dei bolognesi? Quali le mappe, fisiche e simboliche, i tracciati urbani che ridefiniscono il volto della città e costruiscono, in un reticolo di attraversamenti e confini, le loro identità?
Queste le domande che hanno attraversato il progetto di ricerca “Contesti urbani, processi migratori e giovani migranti” attivato presso il Dipartimento di Scienze dell’Educazione. Si è scelto di pubblicare gli esiti dell’analisi in tre volumi distinti – “Giovani in cerca di cittadinanza”, “Un doppio sguardo”, “Stranieri a casa” - ciascuno dei quali tocca una dimensione peculiare.
I testi sono usciti dal discorso accademico per fare da sfondo al dibattito che si è svolto recentemente presso la Facoltà di Scienze dell’Educazione. La conferenza, “Modi Urbani. Territori e vita quotidiana dei giovani migranti a Bologna: associazionismo, scuola, servizi” si è svolta alla presenza degli autori e ha visto la partecipazione di esponenti del Comune e della USL .
Come vengono vissuti e rappresentati i contesti urbani dei giovani migranti? È da questa domanda, e dalle molte altre che sono nate non appena si è tentato di rispondere, che ha preso avvio il progetto.
Si è scelto di usare il termine “giovani migranti” per superare alcune insidie e ambiguità insite nel concetto di “seconde generazioni”. “Fra i ragazzi immigrati - afferma Ivo Pazzagli, coautore della ricerca - il concetto di cittadinanza prende forma nelle pratiche concrete. È nei territori dell’esperienza urbana che questi adolescenti sperimentano l’inclusione e l’esclusione, gli spazi cittadini perdono la loro neutralità e divengono specchio delle relazioni con gli autoctoni, fra dialogo e conflitto. Ogni angolo di Bologna offre una curvatura specifica dell’incontro, della rappresentazione del Sé e dell’Altro”.
La scuola, le associazioni, i servizi del Comune, dalle USL allo Sportello Giovani, contribuiscono a formare l’identità di questi ragazzi, ma sono al tempo stesso trasformati dal contatto in un processo di adeguamento reciproco non semplice, ma denso di potenzialità positive. “Centro, periferia, territorio, confine, degrado sono le direttrici, che discusse criticamente - continua Pazzagli - sono state scelte per leggere l’area di Bologna”. Con un’attenzione quasi monografica alla zona della Bolognina, paradigmatica per le dinamiche che in quelle strade si tessono.
Lo Spazio Giovani, un servizio di frontiera
Lo Spazio Giovani, servizio offerto dalla USL di Bologna, è un luogo di frontiera in cui i giovani dai 14 ai 20 anni possono parlare apertamente delle loro esperienze, dalla sessualità al disagio, dalla crescita ai comportamenti a rischio. Il centro è frequentato in prevalenza da ragazze. Fra gli adolescenti stranieri che si rivolgono al centro alcuni sono nati in Italia, ma non mancano quelle arrivati da poco tempo; la stragrande maggioranza ha comunque una buona conoscenza della lingua italiana, per cui il colloquio si svolge direttamente senza il sostegno di mediatori culturali. Quella che vivono i giovani migranti - nelle parole di Paola Marmocchi, responsabile del servizio - è una doppia transizione , attraverso l’ adolescenza e la migrazione. Un percorso a tappe che va dalla “separazione” simbolica dalla famiglia all’ “individuazione del sé”, un processo di ricerca in cui assistiamo ad un passaggio complesso di ristrutturazione dei valori tradizionali della famiglia e della cultura d’origine.
Psicologi ed educatori modulano ruoli ed atteggiamenti sulla base di chi hanno di fronte, d’altra parte i ragazzi molto spesso si rivolgono agli sportelli sulla base di conoscenze informali, grazie alle parole di un’amica da cui traggono, in positivo o in negativo, una guida per l’incontro. Da qui il dovere di “Porre attenzione ai vissuti concreti degli adolescenti, alla complessità delle loro storie individuali - afferma Marmocchi - fuori dalle stereotipie che omogeneizzano indiscriminatamente; l’esperienza di Fatima, arrivata da poco da Casablanca ha solo qualche tratto in comune con quella della sua coetanea, nata e scolarizzata in Italia e che a Marrakech , paese d’origine dei genitori, trascorre solo le vacanze estive”.
Chi lavora con questi ragazzi, ci dice la Marmocchi, "E' costretto a chiedersi cosa, al di là della cultura d’origine abbia realmente inciso in quella storia, a misurarsi con la complessità delle esistenze. I giovani migranti costruiscono il proprio sé contaminando modelli diversi, negoziando le tradizioni della famiglia con gli atteggiamenti messi in atto dai coetanei, tanto che non stupisce vedere ragazze che mettono o non mettono il velo a seconda del luogo in cui si trovano. Identità sfaccettate in cui il rispetto per il proprio credo non contrasta con la consapevolezza di sé, molte le testimonianze di ragazze musulmane che, indipendentemente dal chador che indossano, chiedono consigli sulla contraccezione”.
Ma vivere in Italia può significare anche confrontarsi con un paese non sentito come proprio,e da qui nasce “l’idealizzazione dei luoghi dell’infanzia”, del paese d’origine che rimane l’unico luogo in cui pare possibile sentirsi nuovamente a casa. Al contrario può essere forte il desiderio di cancellare le proprie radici, di mimetizzarsi con i locali, di essere italiani al cento per cento: ecco allora sorgere conflitti all’interno della famiglia, da cui si vuole marcare un distacco forse troppo netto.
Dai dati emerge una correlazione fra il disagio economico-sociale sperimentato da alcuni ragazzi migranti e lo stato di benessere psicofisico, disuguaglianze che si riflettono in modo drammatico nell’accesso ai servizi di base.“I comportamenti a rischio nell’area della sessualità sono decisamente più diffusi fra i migranti - dice Marmocchi - il tasso di gravidanze fra le ragazze straniere è di 3 volte superiore a quello delle italiane”.
Quale welfare per i giovani migranti?
Annalisa Faccini, responsabile per il Comune di Bologna ai Servizi sociali per minori e famiglie ama parlare dei servizi sociali come “luoghi di frontiera”, in cui la passione degli operatori si mescola all’urgenza dell’ascolto che viene dai singoli.
Negli ultimi anni il welfare bolognese ha visto l’attuazione, a tratti contraddittoria, delle politiche del decentramento. Il requisito chiave per accedere ai servizi è la residenza, criterio che rafforza il legame fra cittadino e territorio, ma rischia al contempo di ingenerare dinamiche esclusive. Solo i servizi per minori non accompagnati e per i richiedenti asilo non sono stati toccati dal decentramento e mantengono tuttora un alto grado di specificità.
La Faccini sottolinea come il tema dell’accesso sia un nodo cruciale a cui non sono ancora state date risposte efficaci, la lingua e la burocrazia costituiscono talvolta gap insuperabili, fonte, anche in queste strutture, di possibile discriminazione. Si ricorda di Alexandra, una ragazza rumena che per la scarsa conoscenza della lingua, la mancanza di informazioni o la fredda accoglienza cui si è trovata di fronte è stata “costretta” a portare a termine una gravidanza non voluta. L’ideale del servizio universalistico, che non distingue fra cittadini italiani e stranieri residenti, si scontra con le specificità delle migrazioni, da qui la necessità di interrogarsi sulle opportunità e i limiti di questo modello che tradisce attualmente l’uguaglianza formale che vorrebbe garantire.
Secondo la Faccini l’organizzazione generale dei servizi, che disconosce di fatto le peculiarità delle migrazioni, è alla base delle reazioni difensive che non di rado si riscontrano fra il personale addetto. L’attenzione degli operatori è diretta ad ottimizzare la prestazione da erogare, ma dimentica il lato umano e la globalità dell’accoglienza, punto estremamente rilevante nell’interazione con un migrante. Pare dunque opportuno interrogarsi sul sistema di gestione attuale e su una sua possibile riorganizzazione che vada incontro al vissuto concreto delle persone.
Anche se le questioni irrisolte restano molte la Faccini non dimentica le iniziative positive che si sono succedute nel corso degli anni: dalla sinergia dei servizi ha preso avvio il progetto "Non uno di meno” per contrastare l’abbandono scolastico, politiche locali che non seguono gli indirizzi nazionali in cui si plaude all’aumento delle bocciature come segno di ritrovato rigore.
L’area della Bolognina fra passato e futuro
Sono le tracce di sfondo che connotano la Bologna contemporanea quelle che Chris Tomesani, addetto alla programmazione dei servizi sociali per il Comune, tenta di delineare. Profili che coincidono con molto di quanto è emerso dalla ricerca etnografica. Due immagini, una legittima e l’altra illegittima si contendono il campo della rappresentazione: da una parte la Bologna del mito, città accogliente, benestante, di sinistra in cui il welfare funziona non solo sulla carta e dall’altra la Bologna meno visibile, delle marginalità, “città di porto” in cui s’incrociano culture e la parola migrazione si annoda al termine sicurezza. “Dobbiamo allora chiederci quale delle due fotografie sta dietro le politiche attuate - conclude Tomesani - nell’organizzazione dei servizi è ancora troppa l’influenza della visione mitica, che cela pezzi di realtà?”.
Come si legge in “Stranieri a casa”, indicativo è il caso della zona della Bolognina. Luogo di intenso sviluppo industriale negli anni del fordismo, storico quartiere operaio, ha visto una dopo l’altro la dismissione dei suoi poli produttivi – le fabbriche Casaralta, Minganti, Sasib. Non vi sono più quei legami che resistevano al di fuori della fabbrica, l’appartenenza di classe è svuotata del suo senso profondo, sono i consumi e non il lavoro a definire le identità, chi sono e in cosa credo. È in questo paesaggio, così distante dalla vecchia Bologna, che i giovani migranti si trovano a vivere, a costruire un tessuto di appartenenze. È nei luoghi del tempo libero, negli spazi informali delle piazze in cui si tira a canestro che i giovani migranti strutturano una nuova rete di relazioni, sentono il proprio Io riconosciuto e rispettato. Ecco allora che la palestra a ridosso di Piazza dell’Unità , in cui questi ragazzi indossano i guantoni da box, si sostituisce all’intervento sociale del Comune: è qui che le tensioni si allentano, l’aggressività si sfoga e la frustrazione si dimentica. Si intrecciano legami, con altri migranti e con ragazzi italiani, alla pari; i figli dei vecchi migranti dal Sud incontrano i nuovi arrivati, dall’incontro nascono amicizie che non si spengono dopo l’allenamento. In questo modo si inizia a sentirsi italiani, stringendo rapporti in un circuito virtuoso di “accumulazione di capitale sociale”, dalla palestra alla scuola, dalla scuola al lavoro.
Scuola e lavoro fra speranze e difficoltà
Nel testo di Giovanna Guerzoni e Bruno Riccio “Giovani in cerca di cittadinanza” si sottolinea lo scollamento crescente fra luoghi di formazione e lavoro. La crisi degli istituti tecnici e professionali ha evidenti ripercussioni negativi sul futuro dei ragazzi; la scuola non sembra capace di incidere sull’identità dei giovani migranti, che finiscono spesso per viverla come qualcosa di distante ed estraneo al proprio mondo. Non diversamente dal lavoro, luogo di alienazione e frustrazione, spazio in cui pare sempre più difficile riconoscersi. Gli istituti professionali della Bolognina, che in passato hanno visto formarsi i figli della classe operaia non paiono più adeguati ad offrire un progetto di vita a questi giovani, sospesi fra l’ambizione di un lavoro che non sia quello dei genitori e l’impossibilità di vedere realizzate le proprie aspettative, fra crisi economica e assenza di mobilità sociale. Ragazzi che non vorrebbero ricalcare il vissuto migratorio dei padri, talvolta umiliante, ma al tempo stesso faticano a trovare un proprio spazio, fra la frammentazione del percorso scolastico e professionale.
Un quadro per tanti versi sconfortante, ma non monolitico; accanto a ragazzi che vivono effettivamente situazioni di disagio ci sono quelli - ancora troppo pochi - che ce l’hanno fatta, in possesso di un diploma o di una formazione universitaria. Proprio fra di loro è più forte la partecipazione ad associazioni, gruppi che si pongono il problema della loro rappresentazione, intesa sia come immagine simbolica diffusa nella società che come luogo di rappresentanza, e azione, in uno spazio pubblico.
Come sottolinea Matilde Callari il concetto di “spaesamento” porta in sé anche un valore positivo, lo stupore di fronte al nuovo e quindi la possibilità di cogliere dimensioni invisibili all’occhio del residente da lungo tempo. Si tratta di rovesciare la prospettiva, a partire dal linguaggio: perché al termine migrazioni associamo problema e non “patrimonio” o “valore”? Occorre guardare a questi ragazzi non come possibili beneficiari di servizi, ma come partner nella costruzione di un progetto comune, affinché il richiamo ad uno sviluppo partecipativo non rimanga uno slogan.