Nel nostro Paese l’annosa questione-carcere viene proposta ciclicamente dai media “che contano”, riscuotendo l’attenzione dell’opinione pubblica ogni qualvolta accade un episodio rilevante dal punto di vista emotivo, in modo da rispondere alla “logica dell’audience” piuttosto che ad una vera analisi di un problema come quello del sistema carcerario, purtroppo sempre più notevole nello scenario sociale italiano.
Il caso di Federico Aldrovandi o quello più recente di Stefano Cucchi, entrambi morti in maniera quantomeno assurda in situazioni piuttosto controverse, hanno sollevato il dibattito sul sistema carcerario italiano (non privo di strumentalizzazioni mediatiche). Problemi come il sovraffollamento (nella sola Emilia-Romagna la percentuale di sovraffollamento è del 181%), la fatiscenza degli istituti di pena, la mancata applicazione di leggi quali la “Bindi” (che prevede l’assorbimento della sanità penitenziaria all’interno del sistema sanitario nazionale) e la “Smuraglia” (che prevede agevolazioni fiscali per le imprese che assumono detenuti o che trasferiscono in carcere parte delle loro attività), la costante riduzione delle risorse destinate al trattamento e alla ri-socializzazione, il calo del personale destinato a questi compiti, fanno delle carceri italiane dei luoghi di sofferenza, di vendetta piuttosto che di rieducazione e reinserimento. La Carta Costituzionale, con l’articolo 27, sancisce che le pene devono tendere alla rieducazione del condannato: la funzione della pena, quindi, non è solo di tipo sanzionatorio, ma deve tendere verso il recupero per il re-inserimento nella società civile.
Nel dibattito sul carcere tenutosi di recente a Bologna, la psicologa-criminologa Laura Baccaro ha sottolineato come gli episodi di auto-lesionismo e suicidi dei detenuti sono paradossalmente maggiori nel momento del reintegro in società, quando la pena attribuita è già stata scontata; questo avviene perché non esiste un vero legame tra il mondo carcerario e il mondo “reale”, non ci sono delle azioni concrete mirate a creare delle condizioni più favorevoli all’integrazione sociale ed il sistema di pene “alternative” è molto residuo e attualmente poco credibile. Il problema del suicidio in carcere è diventato una vera e propria pandemia: secondo la Baccaro la causa principale è da attribuire ad una perdita motivazionale nel vivere in persone che sentono di aver già perso la loro identità personale, sociale e relazionale; le politiche securitarie e di amministrazione carceraria fanno il resto: il detenuto, in una situazione dove perde l’essenza del vivere e dove l’ambiente circostante è privo di qualsiasi stimolo a ricominciare, finisce per non immaginare un futuro di qualsiasi tipo. Nel 2008 i suicidi in carcere sono stati 48, ciò è dovuto ad una situazione di “povertà generale”, sia dal punto di vista sociale che pratico: in molte carceri vengono a mancare strumenti di prima necessità come il sapone, lo spazzolino o la carta igienica; tutto ciò porta il detenuto a non avere nessun tipo di alternativa, nessuna speranza portandolo ad una lenta e inesorabile distruzione della sua persona e della sua dignità. Inoltre, in molti casi ciò avviene in una situazione in assenza di una pena definitiva, in custodia cautelare, dove ci sono cittadini in attesa di giudizio e quindi non ancora condannati.
Oggi, ogni percorso riabilitativo è legato al mondo del Volontariato. Questo è sicuramente un fatto positivo, ma sarebbe un grosso errore se si trasformasse in una conseguente irresponsabilità delle istituzioni; il dibattito parlamentare purtroppo dedica poca attenzione a questo aspetto, bisogna comprendere che le associazioni di volontariato non devono essere le responsabili primarie del reinserimento in società dei detenuti, ma è dovere innanzitutto dello Stato occuparsi di questo aspetto.
Di grande rilevanza è anche il rapporto carcere-migrante: col passare degli anni il fenomeno migratorio si è fatto sempre più consistente e gli immigrati, privi di qualsiasi rete di protezione sociale, afflitti da precarietà economica e da una maggiore visibilità da parte delle forze dell’ordine per via delle loro differenze somatiche e culturali, rappresentano il 35% dell’utenza penitenziaria, con punte del 60% in alcune carceri del Centro-Nord. I migranti, in questo contesto, non dispongono quasi mai di una rete amicale o familiare che gli consenta di accedere alle misure alternative. Inoltre sono sottoposti ad una legislazione restrittiva attraverso diverse leggi: dalla Turco-Napolitano alla Bossi-Fini, fino ad arrivare al recente pacchetto-sicurezza. Tale “riguardo”, è dovuto non solo ad una pericolosità più o meno reale del fenomeno migratorio, quanto al “panico morale” diffuso nella società italiana che ha promosso la questione sicurezza ad argomento primario della politica nazionale.
In questo scenario piuttosto sconfortante è necessaria una maggiore presenza dello Stato, che comprenda e attui in maniera forte la politica del recupero, così da incrementare i rapporti di collaborazione con tutte le risorse del territorio al fine di promuovere azioni mirate a creare condizioni più favorevoli all’integrazione sociale dei soggetti in misura alternativa alla detenzione.
La triste e dolorosa vicenda di Stefano Cucchi deve aiutare a capire che i problemi del sistema penitenziario non devono riguardare solo quella specifica realtà, poiché si tratta di una questione di coscienza sociale; è importante che ci sia una forma di educazione del cittadino diversa da quella attuale, che porti a vedere il carcere e i detenuti come parti integranti della società, perché anche le condizioni delle carceri possono rispecchiare il livello di democrazia di un Paese.