L'autorecupero a Bologna: l'esperienza dell'associazione Xenia

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A Bologna si sta realizzando un progetto che consiste nella ristrutturazione, in autorecupero, di circa 40 appartamenti, suddivisi in nove immobili, di proprietà del Comune.
Il Progetto è realizzato da un’Associazione Temporanea di Scopo (ATS) di cui fanno parte l’Associazione Xenia (soggetto capofila), che ha il compito dell’accompagnamento alla casa e della mediazione sociale, il Consorzio ABN di Perugia, che si occupa degli aspetti tecnico-edilizi, sociali e finanziari, la Coop.sociale ABCittà di Milano, che  cura i processi partecipativi per un coinvolgimento consapevole dei beneficiari, del futuro vicinato e dei territori. 
Sarà selezionato, attraverso avviso pubblico, un gruppo di circa 40 nuclei familiari che, riuniti in cooperativa, saranno chiamati a partecipare attivamente alla ristrutturazione degli alloggi, mettendo a disposizione il proprio tempo, lavoro e le risorse finanziare necessarie per il recupero.
Abbiamo intervistato Marzia Casolari, presidente dell’associazione Xenia.

Può spiegarci concretamente in cosa consistono il concetto di autorecupero e quello di autocostruzione?
L’autorecupero è una metodologia di lavoro che in qualche modo discende dalla metodologia dell’autocostruzione. Quest’ultima consiste nel fatto che i beneficiari dell’intervento abitativo sono anche coloro che costruiscono la propria casa. Nel primo caso, invece, anziché costruire una casa da zero, completamente nuova, si ristrutturano edifici già esistenti. La ristrutturazione è una tipologia più complessa rispetto all’autocostruzione ex-novo, poiché si va ad intervenire su delle strutture che spesso, trattandosi di vecchi edifici, sono da consolidare. A volte è necessario demolire delle parti e ricostruirle, intervenire sull’impiantisca esistente, e spesso ricostruire completamente anch’essa. Anche la ristrutturazione più semplice prevede un doppio lavoro: la demolizione, la rimozione della parte non recuperabile e la ricostruzione. Inoltre, nella fase di ricostruzione è necessario rispettare alcuni vincoli esistenti relativamente all’uso dei materiali e delle metodologie costruttive, vincoli che non sono previsti per l’autocostruzione.
La scelta tra l’una o l’altra metodologia di intervento è soprattutto legata alla disponibilità di terreni. Generalmente i progetti di autocostruzione e autorecupero vengono realizzati attraverso un partenariato fra un’amministrazione pubblica, che individua i terreni su cui costruire o gli edifici da ristrutturare, e un ente privato, che svolge un lavoro di assistenza, selezionando i beneficiari, fornendo l’assistenza tecnica nei cantieri, quella burocratica necessaria alla creazione della cooperativa di autocostruzione o autorecupero, ed infine quella finanziaria volta a reperire l’istituto bancario che dovrà fornire il credito per l’intervento.
Una volta selezionati i beneficiari, viene fondata la cooperativa, che attiva un mutuo per poter coprire i costi di realizzazione (prevalentemente spese per i materiali e per la manodopera), di cui una parte è affidata a ditte esterne. La creazione di una cooperativa da parte dei beneficiari del progetto, di coloro che andranno ad autocostruirsi o a recuperare la casa, è necessaria per poter svolgere l’attività edilizia.

Quale metodologia di lavoro predilige la vostra associazione?
La nostra associazione, tra le due formule abitative, predilige sempre e comunque l’autorecupero, essendo le aree urbane nelle quali viviamo già estremamente cementificate. Continuare a costruire, a edificare implica un impatto negativo sul territorio. Questo non ha molto senso, se si pensa che esistono edifici in disuso che potrebbero essere recuperati, riqualificando nello stesso tempo delle zone dequalificatesi con l’abbandono degli edifici stessi. Quindi l’autorecupero offre la doppia possibilità di riqualificare dal punto di vista edilizio gli edifici e nello stesso tempo di riqualificare le zone circostanti che, con l’abbandono degli stessi, tendono a degradarsi.

Qual è  il compito che svolge la vostra associazione, peraltro associazione capofila, all’interno del progetto portato avanti dal Comune di Bologna?
Il nostro è prevalentemente un compito di coordinamento. L’intervento è svolto attraverso un’ATS (Associazione Temporanea di Scopo), ovvero l’ente privato che svolge il lavoro di assistenza di cui sopra. Si tratta di una forma societaria attraverso la quale si aggregano diversi soggetti, ciascuno con competenze specifiche, che vengono messe in campo e condivise. Questo tipo di interventi, infatti, è molto articolato, e richiede una molteplicità di competenze di vario tipo. Difatti, l’attività di autorecupero o autocostruzione di un edificio, avendo anche un impatto sociale, poiché coinvolge delle persone, che saranno i beneficiari del progetto, non prevede soltanto attività di tipo tecnico ma anche di tipo sociale. Il ruolo dell’ATS è dunque anche quello di facilitare tutti i processi che coinvolgono i beneficiari: la selezione degli stessi, l’accompagnamento nei cantieri, l’assistenza sia tecnica, relativa all’autocostruzione/autorecupero, sia burocratica, sia di facilitazione dei rapporti all’interno dei vari gruppi di autocostruzione/autorecupero.

Qual è principalmente la tipologia di soggetti che si è rivolta a voi?
Durante le fasi di individuazione e selezione dei beneficiari, coloro che si sono rivolti all’associazione sono stati per il 70% italiani e per il restante 30% stranieri. Si tratta in gran parte di famiglie con figli e persone singole. Queste sono le due categorie principali. Poi c’è una piccola percentuale costituita da giovani coppie senza figli.

Considerato il numero elevato di persone che affrontano serie difficoltà nell’acquisto di una casa di proprietà o nel pagamento di un affitto, accresciutosi negli ultimi mesi a seguito della crisi economica, non pensate che questo progetto costituisca una “goccia nel mare” rispetto al reale fabbisogno abitativo, in particolare tenendo in considerazione il numero molto ridotto di nuclei familiari cui il bando è rivolto e i requisiti richiesti per parteciparvi?
Evidentemente si. Siamo assolutamente consapevoli di questo. Tuttavia pensiamo anche che vi sia la necessità di sperimentare soluzioni abitative nuove, innovative, che non sia più sufficiente costruire alloggi da destinare e far gestire all’ERP (Edilizia Residenziale Pubblica), anche perché i soldi  destinati all’edilizia pubblica da parte dello Stato vanno via via riducendosi ed è drammaticamente evidente l’aumento esponenziale di domanda di alloggi a costi sostenibili, soprattutto in locazione. Tuttavia, affitti sostenibili sul libero mercato sostanzialmente non esistono e per quanto riguarda quelli dell’edilizia pubblica, la disponibilità è molto limitata rispetto al numero delle domande. Nel 2009 il comune di Bologna ha ricevuto oltre 8000 domande ma il numero delle assegnazioni effettuate dall’ERP è di 400 all’anno. Quindi, esiste una notevole sproporzione tra domanda e offerta di alloggi pubblici.
Io credo che tutti gli attori coinvolti, le pubbliche amministrazioni come i soggetti privati che lavorano nell’ambito del sociale, e nello specifico dell’housing, siano consapevoli del fatto che la risposta pubblica in questo momento non basta e che vada integrata con risposte e percorsi alternativi. L’autocostruzione e l’autorecupero sono delle formule che consentono di abbattere in modo anche netto i costi di costruzione o di recupero delle case. In Italia rappresentano ancora un’esperienza pilota, da tutti i punti di vista, da quello strettamente tecnico a quello organizzativo. Tuttavia, se questo sistema dovesse entrare a regime ed essere adottato come modello da utilizzare nella riqualificazione di edifici urbani o di aree più estese nelle realtà cittadine, probabilmente, integrandola con altre risposte, si potrebbero raggiungere risultati soddisfacenti.

Per quanto vi riguarda, come associazione, avete adottato altre strategie o strumenti alternativi a questo progetto per aiutare le persone che si sono rivolte e si rivolgono a voi? Se si, quali?
Uno dei settori su cui abbiamo lavorato e stiamo lavorando è quello della facilitazione nell’accesso agli alloggi in affitto. Infatti, il problema principale affrontato dagli affittuari è quello dei costi elevati degli affitti e di conseguenza la necessità di trovare degli alloggi in affitto a costi sostenibili. Purtroppo in Italia manca del tutto la cultura per la quale la casa è un bene sociale, che invece esiste per esempio nei paesi del nord Europa: la casa in Italia è solo un bene economico, un investimento. Il proprietario che acquista una seconda casa fa un investimento esclusivamente di tipo economico. 
Io credo che si debba lavorare anche in questa direzione, anche se l’impegno andrebbe rafforzato. Uno dei modi per farlo potrebbe essere la creazione di agenzie per l’affitto. Nella città di Bologna è stata creata l’AMA (Agenzia Metropolitana per l’Affitto), completamente a partecipazione pubblica, realizzata dal comune di Bologna in collaborazione con i sindacati degli inquilini e dei proprietari. Esistono altri esperimenti di questo tipo, come quello realizzato a Verona con la Fondazione La Casa. Questa  fondazione, appositamente creata, a partecipazione pubblica e privata, con un ampio contributo finanziario delle banche, ha messo a disposizione delle risorse allo scopo di facilitare l’accesso agli alloggi in locazione. Per quanto riguarda l’AMA, l’esperimento non è andato esattamente come avrebbe dovuto, a mio parere a causa della scarsa sensibilizzazione operata nei confronti dei proprietari delle case affittate. Questi ultimi avrebbero dovuto essere sensibilizzati non tanto attraverso campagne pubblicitarie, come invece è stato fatto, quanto attraverso la creazione di rapporti di fiducia tra loro e gli affittuari. Tale operazione di sensibilizzazione, svolta esclusivamente dal settore pubblico, non è andata a buon fine. Probabilmente il coinvolgimento di enti privati operanti nel settore sociale avrebbe contribuito a raggiungere questo obiettivo. Uno strumento come questo, magari costruito con un maggior grado di flessibilità e realizzato anche con la partecipazione del settore privato (associazioni, cooperative, ecc.), in grado di facilitare l’incontro fra i proprietari e gli inquilini, credo possa contribuire a dare una risposta, seppur parziale, al problema abitativo. Un intervento del genere messo a sistema insieme agli altri tipi di intervento potrebbe contribuire ad alleviare la drammaticità di questo problema.

Per saperne di più leggi l'inchiesta La casetta in Canadà

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