Cresce la povertà in Emilia-Romagna

Secondo il rapporto Caritas tra i più colpiti giovani senza casa, donne straniere, ragazze madri, clandestini

Ventunomila è il dato ufficiale rilevato dai Centri di ascolto in Emilia-Romagna, ma in Caritas non hanno dubbi, sono molti, molti più. Cresce la povertà in Emilia-Romagna, cresce per le donne straniere, i giovani senza casa, gli immigrati clandestini. Dall’ultimo rapporto su “Povertà e politiche sociali in Emilia-Romagna” (Carocci Faber, 2007) presentato a Bologna e che raccoglie storie e numeri delle persone che nel 2005 si sono rivolte alle strutture diocesane, il quadro che esce è desolante: molti gli stranieri (su quattro utenti, uno solo è italiano), in gran parte provenienti dai paesi dell’Est (55%) o dal Nord Africa (33%); mentre solo a Bologna il 50% degli immigrati in cerca di sostegno non è in regola con il permesso di soggiorno.

“Sono sempre più numerose le donne sole o le ragazze madri che chiedono aiuto alla Caritas”, ha spiegato don Gianpiero Franceschini, delegato regionale della Caritas Emilia-Romagna. “Considerando poi i dati delle singole realtà territoriali – prosegue - aumenta costantemente il numero delle famiglie che si dirigono verso i Centri d’ascolto, come risultato di due fenomeni: i ricongiungimenti familiari e il reddito familiare insufficiente. In risposta a questa richiesta le politiche familiari della Regione dimostrano uno scarso investimento sulla famiglia sia come destinataria, sia come protagonista degli interventi messi in campo”.

Il rapporto ha anche dato un voto sulla legislazione regionale, studiando complessivamente 18 documenti – 9 leggi regionali, 7 delibere di giunta e 2 delibere dell’assemblea legislativa – con lo scopo d’individuare l’orientamento verso la famiglia e capire quale spazio gli è riservato. Detto in altre parole – hanno spiegato i ricercatori del Centro culturale “Ferrari” che ha curato il rapporto - si è trattato di misurare la posizione culturale e operativa della Regione rispetto al riconoscimento del ruolo attivo delle famiglie e di verificare la relazione tra tale ruolo e la dinamica della sussidiarietà quale nodo strategico per dedurre la capacità di produzione di libertà e di benessere delle famiglie stesse.

Il grado di familiarità delle politiche sociali dell’Emilia-Romagna si è attestato su 48,5 punti rispetto ai 100 complessivi. Ciò risulta come somma dei punteggi assegnati all’indicatore “beneficiari” (14), di quello della “sussidiarietà” (11,8), delle “strategie” (11,9) e di quello delle “azioni” (10,7). Un punteggio nettamente superiore a quello della regione Sardegna (44,1), ma inferiore a quello ottenuto dalla regione Lombardia (49,5).

“L’Osservatorio della povertà – ha concluso Franceschini – rivela che accanto alla tradizionale definizione di povertà si è fatta strada, anche nella nostra regione, la riflessione su “esclusione e vulnerabilità sociale”, per cui qualunque persona che si trova in situazioni che limitino la sua dignità, di donna o di uomo, o che non possa esprimere le sue potenzialità, dal punto di vista sia materiale sia culturale e spirituale, deve essere oggetto della nostra attenzione. Occorrono infatti comunità vigilanti per contrastare il pericolo strisciante di considerare normale ciò che un tempo era inaccettabile nel nostro territorio. Per questo servono comunità capaci di costruire proposte in rete con altre realtà di quartiere, riappropriandosi della propria responsabilità di cittadini”.