I volti dei poveri oggi a Bologna. L'esperienza del Centro di Ascolto della Caritas

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Quali sono i volti dei poveri oggi a Bologna? In un incontro promosso dal Centro di Ascolto della Caritas Diocesana di Bologna, Maura Fabbri, coordinatrice del Centro, ha esaurientemente spiegato qual è la situazione di disagio che oggi si vive a Bologna, e quali sono i soggetti che la vivono. Dalla discussione che ne è seguita sono emerse alcune considerazioni e la differente esperienza tra i volontari, che sono a contatto costante con coloro che soffrono, li aiutano nelle pratiche di vita quotidiana e soprattutto li ascoltano, e chi, invece, per malcelata indifferenza, timore o mancanza di tempo non lo è mai stato, o di rado. Le considerazioni comuni, invece, sono state il disagio personale e le difficoltà nell’approccio con i poveri: il senza tetto, l’alcolista, che spesso capita d’incontrare per strada; la sensazione d’impotenza, spesso economica, più volte umana, che ci attanaglia di fronte a certe immagini e situazioni. 

La Fabbri racconta, dati alla mano, che i numeri di coloro che si presentano ogni giorno al Centro sono in continuo aumento e che le situazioni nelle quali si trovano questi ultimi risultano essere sempre più complesse. Solo per fare un esempio: il numero dei colloqui individuali, calcolando esclusivamente persone di nazionalità italiana, nel 2008 è stato pari a 786, mentre nel 2009 ha raggiunto le 891 unità, con un incremento, quindi, di 105 persone in più che si sono rivolte al Centro per chiedere aiuto. Molte di queste, soprattutto uomini (73%) con una forte concentrazione nella fascia d’età 35-55 anni, lo hanno fatto per la prima volta. Si tratta per lo più di persone residenti a Bologna, rimaste senza lavoro e senza reddito a causa della crisi economica. In città, dunque, la negativa contingenza economica ha acuito e reso più evidente una drammaticità sociale che in realtà già da alcuni anni a questa parte ha iniziato a prendere piede.

Ciò che rende paradossale la situazione è che al carattere emergenziale della  stessa, per cui sempre maggiori sono le richieste di aiuto, corrisponde una sempre maggiore difficoltà a soddisfarle, dato che, conseguentemente alla crisi, si riducono costantemente i budget messi a disposizione per le politiche sociali e sanitarie e per il personale addetto. Quindi, proporzionalmente all’aumento delle situazioni di indigenza, diminuiscono le risorse per farvi fronte. Il carattere di emergenza deriva in sostanza dal fatto che ai cosiddetti poveri “classici” si sono aggiunte nuove figure di poveri, ovvero, cassaintegrati (quasi sempre nella fascia d’età sopra indicata), lavoratori precari (i cosiddetti “lavoratori poveri”), che percepiscono stipendi molto bassi e delimitati nel tempo, e che per questo non riescono a pagare più l’affitto ed a provvedere al mantenimento della propria famiglia. Insomma, persone che si vedono letteralmente cacciate fuori dal mercato del lavoro, sempre più orientato alla flessibilità, all’efficienza e alla ricerca di competenze elevate. Si tratta, inoltre, di persone che vivono esclusivamente con l’assegno per l’invalidità civile o, ancora, persone anziane, ammalate e sole, con pensioni molto basse, o, infine, donne sole con figli a carico, che non riescono più a sostenere le spese quotidiane. Pertanto, ai poveri “classici”, solitamente privi di residenza e di una casa di proprietà, si sono aggiunte persone che possiedono la residenza in città, con o senza una casa. Queste sono prevalentemente le categorie di soggetti che soffrono oggi il disagio a Bologna.

La coordinatrice sottolinea che gli operatori del Centro d’ascolto distinguono sempre tra: persone che hanno casa e residenza a Bologna, persone che non hanno casa, pur avendo la residenza, e persone che non hanno né l’una né l’altra. Le diverse problematiche che sorgono in ciascuno dei casi menzionati, infatti, richiedono modalità d’intervento differenti.

Le persone con residenza ma prive di un alloggio, i cosiddetti poveri “classici” (persone senza fissa dimora, alcolisti, tossicodipendenti, ex-carcerati), usufruiscono di dormitori e altre strutture di accoglienza (i cosiddetti alloggi impropri). Per costoro, in numero comunque superiore rispetto alle persone che possono godere di un alloggio (570 rispetto ai 321 proprietari di casa, nel 2009), naturalmente la situazione è molto più complicata. Infine, chi non ha né una casa né la residenza, non potendo godere di una serie di diritti riconosciuti agli altri cittadini, è costretto ad affrontare una serie di difficoltà aggiuntive. Ad esempio, il fatto di non possedere la residenza in città significa, oltre a non avere un tetto sotto cui dormire, non poter fare una domanda d’invalidità, non possedere documenti personali, a partire dal documento d’identità fino ad arrivare al certificato elettorale, passando per la tessera sanitaria (se non quella transitoria).

 

Inoltre, con il nuovo sistema dei servizi sociali, promosso dalla precedente amministrazione comunale e organizzato secondo il principio in base al quale ogni comune deve farsi carico dei propri poveri, è stata ridotta l’assistenza a persone prive di residenza nella città di Bologna, allo scopo non dichiarato di spingere i senza fissa dimora a ricorrere ai servizi sociali delle proprie città di residenza. L’amministrazione comunale, nell’adottare questa strategia, non ha però tenuto conto del fatto che la maggior parte di queste persone non hanno residenza alcuna o se l’hanno in un’altra città (spesso si tratta di città del sud Italia) non è comunque garantita loro l’assistenza sociale e sanitaria necessaria. A causa di questa nuova linea politica, la sopravvivenza in contesti di vita così duri come sono quelli della strada, è diventata una lotta quotidiana, per non parlare della grave emarginazione sociale nella quale vengono a trovarsi queste persone, nella maggior parte dei casi precipitate improvvisamente nell’indigenza a causa della perdita del lavoro, e di conseguenza della casa, o di una rottura traumatica delle relazioni familiari.

Con frequenza sempre più elevata, poi, ai fattori economici si aggiungono e sovrappongono, rinforzandosi vicendevolmente, fattori di altra natura: problemi di salute, problemi mentali, di tossicodipendenza, alcolismo, disadattamento, incapacità di gestire relazioni interpersonali. In presenza di questa molteplicità di problematiche, queste persone si ritrovano ad essere sempre più isolate, vengono abbandonate dal coniuge e dagli amici. Tutte, poi, si presentano come psicologicamente fragili. I sociologi, spiega Maura Fabbri, definiscono questa condizione di disagio economico, sociale, psico-fisico come “multidimensionale”, coinvolgendo per l'appunto diverse dimensioni della vita delle persone che ne soffrono. La cosiddetta multidimensionalità del disagio rende il reinserimento sociale e lavorativo ancora più difficile, in alcuni casi impossibile, soprattutto quando si ha a che fare con persone che soffrono di problemi di salute mentale, spesso incapaci anche solo di riconoscere e ammettere l’esistenza del loro problema.

Tuttavia, come testimoniato dai dati presentati, anche per i residenti che possiedono un alloggio (spesso si tratta di un alloggio appartenente ad un ente pubblico, per ottenere il quale è necessario essere beneficiario di una pensione d’invalidità), la situazione attuale è particolarmente dura. Per esempio, a causa dell’elevato numero di richieste, per poter ottenere un colloquio con l’assistente sociale, l’attesa può raggiungere anche un periodo di 90 giorni. Un periodo così elevato, può rendere la situazione insostenibile per persone a rischio di sfratto e incapaci di far fronte alle spese per le utenze domestiche. Inoltre, la coordinatrice del Centro sottolinea come la maggior parte delle nuove figure di poveri, quindi coloro che hanno perso il lavoro, hanno un basso reddito o nessuna fonte di reddito, spesso non si rivolgono ai servizi sociali, provando un forte senso di vergogna e umiliazione. A questa condizione è infatti legata tutta una serie di conseguenze, che spesso queste persone fanno fatica ad accettare, come ad esempio il necessario cambiamento del proprio stile di vita. Come è difficile rivolgersi ai servizi sociali, tanto più lo è rivolgersi ad amici e familiari. Si fatica a mostrare le proprie difficoltà economiche, la propria sopravvenuta povertà, a chiedere aiuto, preferendo conservare la propria immagine e il proprio status sociale, legati alla precedente situazione lavorativa. In qualche modo la perdita del lavoro, evento destabilizzante, viene percepita come una colpa, una propria mancanza: è come se queste persone si sentissero colpevoli della propria povertà.

Come nel caso di persone senza fissa dimora, anche nelle famiglie residenti, cui appartengono le persone che hanno perso il lavoro, si sovrappongono e rinforzano a vicenda diverse tipologie di problemi: problemi di salute di uno dei due coniugi, disagio giovanile, presenza di più generazioni nello stesso nucleo abitativo, elementi multiculturali. Si parla a tale proposito di famiglie “multiproblematiche”. Può trattarsi, fa notare la Fabbri,  dei nostri vicini di casa, delle persone che ci vivono accanto e che conosciamo da sempre, ma di cui non sappiamo nulla o fingiamo di non sapere. 

In tutto questo, il Centro d’ascolto si presenta non tanto come luogo dove si possano risolvere i problemi, proprio a causa dell’insufficienza delle risorse che si hanno a disposizione e della quasi totale assenza del contributo del servizio pubblico, quanto come luogo d’incontro, dove queste persone possono essere ascoltate ed aiutate a recuperare la propria dignità personale e sociale, perché anche e soprattutto di questo si tratta.