In-sicurezza e provvedimenti sull'immigrazione: riflessioni alla luce del convegno promosso dal Minguzzi

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Nell'immagine di presentazione del convegno un uomo si arrampica lungo un costone roccioso. Non si intuisce nell'attimo ritratto se sia un esperto scalatore o un principiante, se sia in difficoltà e se si sta semplicemente riposando. Quello che appare evidente è che l'uomo è legato a una fune, dispone di un'imbracatura che lo protegge. Nello sforzo della salita quell'uomo sa di poter contare su una rete di sicurezza, ne fa affidamento e per questo prosegue il percorso.

Di riflesso all'immagine di presentazione del convegno promosso dall'Istituzione Gian Franco Minguzzi e dedicato appunto al Pacchetto Sicurezza, sorge spontanea la domanda: le "Disposizioni in materia di sicurezza pubblica" - approvate a luglio del 2009 e sancite dalla Legge n.94 -rappresentano davvero quella rete di protezione che da più parti si invocava per difendere e garantire il benessere di ogni cittadino, italiano o straniero che sia?
Sulla base degli interventi e delle considerazioni emerse lungo il corso della giornata di dibattito, degli sforzi interpretativi e le rassicurazioni provenienti dai numerosi esperti di diritto presenti in sala la risposta alla domanda è naturalmente no, gli italiani e gli stranieri non si sentono più sicuri. Ma perché? Il problema dell'integrazione e il complesso fenomeno dell'immigrazione così come si va evolvendo in Italia non può essere risolto rispondendo a irragionevoli allarmismi e promuovendo pene e restrizioni spesso inapplicabili. Il benessere e la sicurezza dei cittadini sono il risultato di "riforme organiche" - così le definisce Maurizio Millo, presidente del Tribunale dei minorenni di Bologna - ispirate a politiche di welfare comunitario in grado di assistere, includere e soprattutto di accogliere l'intera popolazione.

Le disposizioni messe in campo dal Governo - che, come ci ricorda l'assessore per l'immigrazione della Regione Anna Maria Dapporto, nell'ultima finanziaria ha dimezzato il fondo per le politiche sociali e azzerato quello per le famiglie - puntano invece semplicemente a rendere difficile o impossibile la vita non solo dei clandestini ma anche di tutti quegli stranieri che vivono e lavorano regolarmente in Italia. "Mentre continuiamo a discutere del reato di clandestinità molti immigrati regolari a causa della crisi economica perdono quotidianamente il lavoro" - ricorda al pubblico Bouchaib Khaline, presidente del Consiglio dei cittadini stranieri e apolidi della provincia di Bologna. E il lavoro - si sa - è il primo requisito per chiedere il rinnovo del permesso di soggiorno.
"Sappiamo che in genere sono proprio gli immigrati a essere licenziati per primi nelle aziende - spiega Bouchaib Khaline - E ogni straniero licenziato ha diritto a un permesso di 6 mesi, che di norma arriva quando è già scaduto". Un cittadino immigrato - che spesso è in Italia con la propria famiglia con la quale ha già intrapreso un percorso di integrazione - si ritrova così dopo sei mesi in condizione di clandestinità, escluso da quella rete sociale di servizi che avrebbe dovuto garantirgli benessere e sicurezza, con il rischio reale di finire in un Centro di identificazione ed espulsione.
"Non sarà forse - si chiede il presidente del Consiglio degli stranieri - che togliendo la dignità a chi lavora e decide di vivere in questo paese, si indurrà tanti stranieri a preferire la clandestinità?" Ecco il paradosso. Una legge che avrebbe dovuto allontanare definitivamente i clandestini dall'Italia - dove 1 persona su 14 è immigrato e in cui si conta uno straniero ogni nuove 8 nascite - non solo non riesce ad espellerli ma diffonde ancor più la clandestinità, favorendo comportamenti discriminatori (chi non possiede un permesso di soggiorno non può affittare una casa; chi non porta con sè il permesso rischia fino a 1 anno di carcere, ecc.).

Il secondo e ultimo paradosso proviene dagli sforzi che i giuristi continuano ad attuare per la corretta interpretazione delle varie norme contenute nel Pacchetto Sicurezza. Un problema grave soprattutto quando questi dubbi riguardano il diritto dei minori stranieri irregolari ad accedere alla scuola, alla formazione professionale e ai servizi socio-educativi. Dopo una lunga disquisizione di Elena Rozzi e Nazzarena Zorzella - esperti giuriste dell'ASGI - il convegno si conclude almeno con alcune notizie "sicure" e confortanti: i bambini possono ancora accedere alla scuola primaria e secondaria di primo grado, alla scuola d'infanzia, ai servizi e addirittura al nido d'infanzia. Questo perché i diritti di cui parliamo sono garantiti dalle Convenzioni Internazionali e dalla nostra stessa Costituzione. A meno che non si voglia modificare anche quella.

Ultima buona notizia: a partire dal 1 gennaio 2010 sul sito della Provincia sarà attivo un servizio FAQ che consentirà di inviare quesiti giuridici attinenti al Pacchetto Sicurezza e di leggere la risposta on line. I quesiti vanno inviati all'indirizzo immigrazione@provincia.bologna.it.