La questione dei senzatetto e della nuova, emergente, povertà a Bologna

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Cosa significa essere un “senzatetto”? Perché sempre più persone, italiane e straniere, si ritrovano a non avere una casa dove vivere? Perché, chi fino a pochi anni fa aveva una famiglia e un lavoro, si ritrova catapultato in una nuova, drammatica realtà? In occasione dell’iniziativa “Sold Out”, dello scorso 17 ottobre in Piazza San Francesco, momento di confronto e dibattito cittadino tra operatori, persone senza fissa dimora, cittadini e curiosi del sociale sui temi della marginalità e dei diritti di cittadinanza, abbiamo intervistato Leonardo Tancredi, il presidente dell’Associazione “Amici di Piazza Grande Onlus”, da sempre in prima linea nella lotta all’esclusione sociale, per poter dare assistenza alle persone senza dimora, per difenderne i diritti e per favorirne il reinserimento all’interno della società da cui sono state emarginate.

Chi, e quanti sono oggi i poveri a Bologna? Ed esiste una “nuova povertà”  invisibile che sta emergendo con l’attuale crisi economico/sociale?
Se parliamo dei poveri senza fissa dimora, parliamo di una cifra difficile da stabilire, al momento ci sono cinque dormitori che hanno una capienza totale di 250 posti, solitamente occupati da persone che vivono in strada, intercettate dagli appositi servizi stradali; molte altre invece sfuggono al monitoraggio operato da associazioni come “Piazza Grande” o da altre realtà, si parla di persone che vivono in isolamento per scelta propria, perché, ad esempio, hanno delle difficoltà legate al permesso di soggiorno e vivendo nella periferia estrema della città è difficile poterli incontrare. In un quadro complessivo, quindi, parliamo di alcune centinaia di persone  (500, 600) senza fissa dimora.
Fare un discorso sui senza fissa dimora è diverso dal tema della povertà: anche in questo caso è difficoltoso fare un identikit. Sicuramente si stanno affacciando delle categorie sociali nuove, che fino a qualche anno fa erano ancora tutelate, riuscivano a garantirsi una stabilità economica e una vita familiare regolare ed ora non riescono più a sostenere lo stesso tenore di vita: nei dormitori ci sono sempre più persone di età compresa tra i 50 e i 60 anni che perdono il posto di lavoro, vivono la rottura dei vincoli familiari, ed hanno maggiori difficoltà rispetto ai giovani di giocarsi delle possibilità di re-inserimento, perché il mercato del lavoro risulta chiuso per persone di quella fascia d’età, quindi finiscono per restare in dormitorio con la prospettiva di viverci, forse addirittura fino alla fine dei loro giorni. C’è una richiesta molto forte di lavoro, di poter usufruire di un servizio di raccordo tra la realtà delle strutture sociali come i dormitori, di povertà estrema, e il mondo del lavoro.

E’ importante avere un posto dove dormire e mangiare, ma cosa si dovrebbe fare per “re-includere” chi è escluso? Cosa bisognerebbe cambiare nelle politiche sociali per essere più efficaci?
E’ chiaro che la sola assistenza non basta, perché chi vive per strada ha bisogno di re-includersi nella società, e questo non è possibile con un singolo intervento, ma con interventi articolati per un’abitazione, un lavoro e delle condizioni di salute decenti. E’ necessaria, quindi, una politica di inclusione: pensare ad uscire dal dormitorio, luogo necessario e indispensabile per passare un inverno incolume, e  cominciare a pensare ad una strategia di uscita: dopo il dormitorio deve esserci qualcos’altro, e questo qualcos’altro è spesso rappresentato dall’occupazione lavorativa.

Molti senzatetto decidono di non usufruire dei servizi offerti dai dormitori. Perché secondo lei?
L’idea di finire in strada o in un dormitorio perché non si accettano le regole del vivere sociale, che prevedono di avere un lavoro, una famiglia, di una vita regolare, è un’idea “da romanzo”: in realtà questo non esiste più, se non in casi marginali, la verità è che si è costretti a questo tipo di vita. E Chi sceglie di non vivere in dormitorio, lo fa per una questione spesso caratteriale: non riesce a vivere in una situazione di promiscuità. Teniamo presente che non è facile decidere di passare da una sorta di “privacy in strada” ad una comunità, con persone con cui ci si incontra tutti i giorni. Per qualcuno, ad esempio, è difficile accettare di vivere con dei tossico-dipendenti. Inoltre alcuni dormitori non sono il massimo dell’ospitalità, anche se ci sono strutture di vario livello, ma in linea di massima è più che altro una questione di approccio personale.

Sono già attivate le strutture per l’ ”emergenza-freddo”?
Non dovrebbe esserci nessuna novità rispetto alla prassi standard annuale, solitamente c’è un capannone nelle vicinanze di un dormitorio in via del Lazzaretto dove viene allestita una grande camerata con le brande, e dove la gente può stare per un periodo limitato di tempo. E’ un’accoglienza molto “strana”, ma necessaria per risolvere il problema del freddo nell’immediato. Spesso la gente non vuole andarci perché ha un forte disagio, ci sta male perché si è in troppi ammassati tutti in uno stanzone, a volte però è necessario, poiché ci sono temperature tali da non poter assolutamente dormire per strada. Di solito oltre a questa misura, si abbina un aumento della disponibilità dei posti letto nei dormitori.

Quali sono le problematiche legate all’accoglienza degli stranieri?
Un problema che si pone tutti gli anni è quello dell’accoglienza degli stranieri senza permesso di soggiorno: nelle strutture comunali è impossibile ospitarli, perché un Comune non può violare una legge dello Stato, adesso a maggior ragione con il “pacchetto-sicurezza” con il quale la clandestinità è diventato un reato penale, non si parla più di illecito amministrativo. Inoltre, anche chi lavora come operatore  per conto del Comune, se presta assistenza a chi non possiede il permesso di soggiorno, può essere denunciato per “favoreggiamento dell’immigrazione clandestina”, così come accade anche ai medici e a tutti coloro che lavorano per un Ente pubblico, potrebbero rientrare tutti in questo tipo di reato. Accade quindi che decine e decine di persone senza fissa dimora stranieri, restano completamente esclusi da queste forme di accoglienza basilari, ricordando che il “diritto alla salute per tutti”, è un precetto della nostra Costituzione. Purtroppo la situazione attuale è questa e penso che quest’anno sia ancora più difficile ovviare a questo problema, perché, ripeto, non si tratta più di un illecito amministrativo, ma addirittura si “cade” nel penale.

Sul volantino di questa iniziativa si legge “abitare i confini”, cosa intende?
Aldilà della geografia, “abitare i confini” significa che Bologna deve poter essere vissuta anche dalle fasce marginali, anche i “marginali” devo avere la cittadinanza, devono essere titolari di diritti e devono avere gli strumenti per potersi re-inserire nella società.

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