Queste sintetiche riflessioni riguardano un particolare aspetto del vasto campo della comunicazione sociale, si riferiscono solo alla professionalità e alla consapevolezza del proprio lavoro di chi fa informazione sociale non attraverso i mass media ma attraverso strumenti di informazione che appartengono al Terzo Settore. Parlerò in prima persona ma quello che scrivo sono sicuro che riguarda molte altre persone che hanno la mia stessa occupazione.
Prima di procedere faccio una riflessione ancora più sintetica su alcuni termini; nella letteratura scientifica con il termine informazione si intende la pura trasmissione di dati mentre con comunicazione s'intende qualcosa di più complesso che si preoccupa affinché il messaggio sia anche compreso e che ci sia una possibile risposta. In queste righe userò lo stesso il termine informazione poiché lo riferisco al lavoro giornalistico.
Con Terzo Settore infine mi riferisco a tutte quelle associazioni, cooperative sociali, fondazioni, ma anche gruppi informali che lavorano nel campo sociale, ambientale, assistenziale.
Nel 1986 ho iniziato prima come obiettore di coscienza che svolgeva il proprio servizio civile, poi come educatore e giornalista a lavorare al Centro Documentazione Handicap di Bologna, gestito da un'associazione che aveva come compito quello di informare e documentare sui temi della disabilità. In particolare mi occupavo della rivista HP-Accaparlante, un bimestrale (ma per un periodo è stato anche un mensile) di informazione specializzata. Questa esperienza che è durata oltre 10 anni ha maturato in me una consapevolezza di essere da un lato un giornalista con tutte le caratteristiche questo comporta (obiettività fin dove è "umanamente" possibile, verifica delle notizie, chiarezza di linguaggio e di scrittura) ma dall'altro qualcosa di diverso dato che non mi sentivo perfettamente inquadrato nell'ordine professionale in cui mi ero anche iscritto. Usando le parole di allora concepivo il mio lavoro come un'opera di mediazione tra il mondo sociale e quello dei media e la rivista come un "cuscinetto" che permetteva a questi due sistemi di comunicare.
Definire una propria identità professionale è sempre stato un compito difficile perché un confronto tra una professione forte e (relativamente) prestigiosa come è quella del giornalista e quella di un operatore dell'informazione che lavora per una piccola rivista del sociale é, comunque, un confronto impari. Provo comunque ad elencare degli elementi positivi che distinguono la mia professione da quella di un normale giornalista: ho meno problemi di tempo e posso dedicarmi di più ad un singolo tema, posso specializzarmi in determinate questioni e non corro il rischio di essere "generalista", sono più vicino alla realtà sociale che descrivo, sono meno soggetto alla logica dei media per cui è importante avere sempre le notizie che anche gli altri hanno (pena il famigerato "buco") ed essere sempre attuali....
L'elenco potrebbe ancora continuare ma adesso pensiamo agli svantaggi di questa situazione lavorativa: innanzitutto è facile cadere in un discorso specialistico, dove si danno per scontati tanti concetti e informazioni e si usa un linguaggio (e la relativa scrittura) per addetti ai lavori e perciò incomprensibile ad un pubblico più vasto. Poi si rischia sempre di richiudersi in un recinto culturale e valoriale dove "chi dentro è dentro e chi è fuori è spia", ovvero gli altri, gli altri giornalisti dei media mainstreaming sono "cattivi" e attenti solo alle regole della spettacolarizzazione dell'informazione di stampo televisivo. Infine ricordo un discorso più intimo e delicato: per molti giornalisti che lavorano nel Terzo Settore, questo rappresenta solo un momento di passaggio verso il mondo giornalistico "normale", più qualificante dal punto di vista professionale; questo è un discorso legittimo, non colpevolizzabile a patto che sia chiaro e manifesto; non è meglio un percorso o un altro, ma tutto dipende dalla persona, da come quelle che sono le sue mete.
Passiamo adesso a parlare di un elemento che ha rimescolato le carte in tavola, relativamente ai discorsi fatti fino ad ora, ovvero l'entrata in scena delle nuove tecnologie della comunicazione, che per me ha rappresentato una svolta professionale e lavorativa.
Nel 1999 ho cominciato a lavorare per BandieraGialla un sito di informazione sociale; il web (il digitale in generale) ha permesso di concepire un modo del tutto nuovo di fare informazione sociale. Dal punto di vista economico si saltava il momento delle spese tipografiche e di spedizione della rivista cartacea, permettendo di investire maggiormente sul lavoro della persona, mentre dal punto di vista strettamente giornalistico si poteva accedere direttamente a molteplici fonti informative che non venivano più mediate dalle agenzie stampa o da giornalisti appartenenti ai circuiti mediali mainstreaming. Anche il contatto con le fonti e con il pubblico era più immediato e facile, bastava adesso una semplice e-mail. Ogni singolo articolo poteva poi essere documentato in modo sofisticato grazie all'uso dei link (il web non è altro che un immenso ipertesto) e si potevano utilizzare non solo le parole scritte ma anche le immagini, gli audio e i video per parlare di sociale: la multimedialità permetteva di lavorare non più con una rivista periodica rivolta ad un piccolo pubblico e dai tempi di realizzazione lentissimi, ma con uno strumento informativo che potenzialmente aveva in sé le funzionalità anche di una radio e di una televisione. Tutto questo processo, dal punto di vista sia tecnologico che culturale, è naturalmente avvenuto lentamente, ma si è ora pienamente attuato, dando una capacità d'azione ai giornalisti che lavorano nel Terzo Settore del tutto nuova e molto più soddisfacente.
A questo nuovo ruolo non è estraneo del resto anche un fenomeno che corre parallelo, ovvero quello della crisi professionale dei giornalisti che a causa dell'innovazione tecnologica stanno perdendo il monopolio dell'informazione, dove anzi le stesse imprese editoriali "notiziocentriche" (i quotidiani su carta ma anche on line) sono in crisi. La rappresentazione che i media fanno della realtà, il loro cercare di mettere ordine nel mondo (delle cose che accadono), diventa sempre più difficile data la complessità in cui viviamo. E di questa complessità del resto, anche noi, "giornalisti da terzo settore", ne risentiamo, anche per noi diventa sempre più difficile spiegare perché le nostre città stanno diventando più intolleranti verso gli stranieri, verso le persone diverse; anche a noi mancano gli strumenti per raccontare la società che ci circonda, una società sempre meno socievole dove l'individuo è sempre più solo.
(Pubblicato su "Cosa hai detto? La comunicazione sociale. Nuove definizioni, inedite relazioni" atti del convegno tenutosi a Bergamo il 7.11.2008 e allegato al settimanale Vita del giugno 2009)