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Il ruolo delle operatrici nei centri di accoglienza: l'esperienza della Casa delle Donne

Elsa Antonioni è un'operatrice dell'associazione Casa delle Donne per non subire violenza di Bologna. La Casa delle Donne, insieme alla Caritas e all'associazione Papa Giovanni XXIII rientra tra i centri di prima accoglienza per le prostitute liberate dalla strada.

Dal 1990 l'associazione Casa delle Donne di Bologna nell'ambito del progetto "Oltre la Strada" ha accolto tante ragazze di diverse nazionalità. Da quali paesi soprattutto?
Nella nostra struttura residenziale hanno vissuto e convissuto giovani donne di quasi tutti i paesi dell'ex Unione Sovietica e dell'ex Jugoslavia, dall'Albania, Romania, Camerun, Cina, Marocco e Nigeria. Prima dell'entrata della Romania in Europa le rumene erano prevalenti, da qualche anno a questa parte invece prevale il numero delle donne nigeriane.

Rispetto al loro reinserimento la Casa delle Donne adotta percorsi differenti per ragazze di diversa nazionalità?
Le principali differenze riscontrate sono legate ad alcuni fattori principali: il percorso legale (la qualità della denuncia e quanto interferisce con la vita precedente della donna), i tempi di attesa per il primo permesso, il livello culturale e lo status di provenienza della donna, la struttura sociale e anche statale di provenienza, la durata del tempo trascorso come prostituta e il tipo di vittimizzazione che la donna ha subìto, fattore peraltro legato sovente alla tipologia di sfruttamento subìto.

Facciamo un esempio?
In generale si può dire che, ad esempio, le donne nigeriane seguono percorsi lunghissimi anche oltre l'anno solo per avere il primo permesso, dal momento che spesso arrivano quando hanno già pagato interamente il debito. In tal caso infatti la denuncia verso gli sfruttatori offre pochi elementi di indagine e si determina quindi una conseguenza duplice: da una parte un lungo tempo morto che aumenta le aspettative su ciò che si potrà fare una volta ottenuto il permesso, in seconda istanza grandi delusioni sulle difficoltà a trovare lavoro. Ma quelle burocratiche non sono le sole difficoltà riscontrate da queste donne. Esse debbono affrontare lo scoglio dato dal percorso di scolarizzazione e formazione, poi quello ulteriore dato dal comprendere e adeguarsi alle nostre maniere di organizzazione sociale. Insomma, la differenza culturale con un paese di origine così lontano come la Nigeria si avverte molto.

E invece per le donne dell'Europa orientale?
Le donne diciamo dell'ex est-Europa nella maggior parte dei casi sono molto giovani, o come si sente dire "le cattive ragazze che vanno dappertutto". Esse quindi richiedono un intervento anche educativo, ma pur sempre con la concessione di tante libertà. Il più delle volte queste ottengono il permesso più velocemente, per una questione culturale imparano prima le regole di comportamento e hanno fretta di autonomizzarsi, tuttavia anch'esse spesso incontrano problemi nel conseguimento di competenze scolastiche.
Naturalmente fra le une e le altre vi sono ragazze mature e motivate capaci di usare il nostro sostegno e di seguire da subito un progetto proprio.
Noi operatrici stiamo a un passo da loro: le responsabilizziamo e cerchiamo il rapporto di fiducia e di sostegno nello sperimentare le loro esperienze di vita. Il problema di essere state prostitute, nella relazione interna con le operatrici o fra di loro, non esiste. Al contrario si acuisce parecchio fino a diventare un ostacolo vero e proprio quando si devono relazionare con l'esterno. Per queste ragioni la scelta dell'associazione è di non chiedere mai a nessuna di raccontare la propria storia attraverso i media o sui giornali.

In particolare, quali sono le attività di recupero che prevedete?
Riteniamo fondamentale innanzitutto garantire loro di trovare un ambiente di convivenza che le accetti interamente e le faccia sentire protette specie dal punto di vista psicologico. Noi come operatrici dovendo assolvere questo compito cerchiamo di essere loro vicine in primo luogo come donne e subito dopo cercando di trasmettere un messaggio di relazione e accoglienza che non sia in nessun modo vincolato da qualsivoglia giudizio nei loro riguardi.
Poi, è naturale, esistono accordi e regole per disciplinare la convivenza e la loro libertà di movimento. Questo comporta l'aspetto della loro responsabilizzazione. E tuttavia non si tratta di aspetti semplicemente normativi, infatti per esempio la responsabilità del doversi cucinare il cibo può servire e serve per mantenere un legame con la propria cultura.
Per quanto concerne l'attività di recupero in senso stretto ovviamente si comincia con la conversazione e le lezioni di italiano e non appena sia possibile con l'obbligo di frequenza di scuole di italiano. Questo, di fatto, costituisce il primo livello su cui misurare la capacità di autogestione e affidabilità della donna. Poi un secondo passo, altrettanto essenziale, consiste nell'avviarle al lavoro tramite borse lavoro, esperienze lavorative anche brevi e propedeutiche alla ricerca di una occupazione possibilmente più stabile, sebbene questo oggi sia sempre più difficile per vari motivi.
Noi comunque siamo sempre presenti nella convivenza e nei numerosi accompagnamenti legali, sanitari e sociali. Per l'alloggio, dopo l'accoglienza, si verificano insieme con ciascuna donna le sue possibilità, anche vagliando le sue relazioni, al fine di trovare un altro alloggio.

Vi è un qualche grado di pericolosità nel vostro lavoro? Magari il prendere in carico certe ragazze, può scontrarsi direttamente con le ritorsioni del gruppo criminale che la sfruttava?
La Casa delle Donne per non subire violenza gestisce percorsi di reinserimento sociale, dalla fuga alla regolarizzazione e non il contatto diretto in strada.
Il grado di pericolosità che può esistere per la donna viene valutato di volta in volta sulla base di come giunge al nostro centro e delle informazioni che traiamo da lei stessa o da chi la invia. Sulla base di queste informazioni ci incarichiamo di verificare l'eventualità di rischi, anche attraverso i nostri contatti di rete o la nostra esperienza. Se riteniamo che la donna sia troppo esposta a pericoli in questo territorio chiediamo e otteniamo accoglienza da altre associazioni della rete nazionale e del numero verde. Il criterio basilare è che le donne devono potersi muovere nel territorio per poter seguire un percorso di inserimento sociale che sia il migliore possibile.
Le donne giungono presso il centro o mediante le forze dell'ordine o tramite clienti, conoscenti e fidanzati conosciuti in strada o, ancora, a partire da informazioni da altre donne e/o organizzazioni di aiuto. Le verifiche di cui dicevo poc'anzi vengono svolte in base ad un'analisi della pericolosità a cui è esposta la donna per le modalità di arrivo, oppure a seconda delle persone che la sfruttavano e secondo i rapporti affettivi o familiari che intratteneva con loro, dei contatti che la donna aveva con l'ambiente di strada, ecc.

Avete qualche collaborazione particolare con le associazioni che si occupano di prostituzione a Bologna?
Siamo in collaborazione con le altre associazioni di accoglienza e l'unità di strada che fanno parte con noi del progetto "Oltre la strada" (Caritas e Centro Giovanni XXIII ndr) convenzionato tramite Comune, Regione e Ministero. Generalmente per la seconda fase di accoglienza collaboriamo con "L'albero di Cirene".

Sul vostro sito si fa riferimento alle leggi in merito al reinserimento delle donne vittime di tratta. Quali sono gli aspetti positivi della legislazione italiana in materia?
Positivo è sicuramente il riconoscimento dello status di vittima e la possibilità di regolarizzazione con l'art. 18 e con l'affidamento dei percorsi ad associazioni. A differenza di un permesso premiale, l'art. 18 consente di seguire nel tempo il percorso di regolarizzazione e inserimento: è un esempio di regolarizzazione controllata a misura individuale.
Sarebbe anche uno strumento in più per le forze dell'ordine per ottenere collaborazione ma questo aspetto nella nostra esperienza è stato molto attenuato dal resto della legge Bossi-Fini e ancora di più con le ultime restrizioni sulla clandestinità che di fatto (a detta anche degli agenti di polizia) ha ridotto le possibilità di aggancio a fini di indagine delle donne in strada nel caso siano clandestine. Infatti le forze dell'ordine hanno l'obbligo di identificazione ed espulsione degli immigrati clandestini e inoltre questo tipo di crimini, nella nostra esperienza, sembra riscuotere poco interesse per le procure, sicché per semplicità si predilige la pratica di politiche repressive.

E quelli negativi?
Di negativo c'è il fatto che spesso la celebrazione dei processi avviene dopo molti anni - qualche volta è capitato anche dopo 10 anni - cosa che penalizza assai più la vittima che gli imputati. Senza menzionare il fatto che in molti casi costoro vengono rilasciati prima del processo, con la tragica conseguenza di deludere il senso di giustizia delle donne e invece contribuendo ad accrescere il senso di impunità degli imputati e le ovvie speculazioni da parte di avvocati privi di scrupoli.
Inoltre difficilmente viene contestato il reato di tratta perché risulta complesso da identificare processualmente (un po' come i reati di maltrattamento e di violenza sessuale dove la possibilità di scelta e di reazione della vittima è spesso controversa in quanto è difficilmente riproducibile la condizione psicofisica reale della vittima stessa).

La legge Carfagna può cambiare qualcosa?
Il dl Carfagna legittima le politiche repressive e non farà altro che favorire nuove e vecchie ghettizzazioni: luoghi più lontani dalla città per la prostituzione in strada che continuerà ad essere praticata dalle nazionalità e categorie di protituzione più basse esponendo le donne e gli uomini che si prostituiscono a più stretti controlli da chi li sfrutta e a maggiori rischi di violenza sia da uomini violenti/falsi clienti che da sfruttatori. Essa reintroduce il reato di prostituzione e non necessariamente favorisce chi si prostituisce in casa liberamente mentre agevolerà quelle situazioni di sfruttamento (per esempio a mezzo internet) che già si effettuano in casa dove le donne sfruttate sono maggiormente sotto controllo

E quali influenze potrà avere l'abrogazione della discrezionalità dei medici sulla denuncia dei clandestini?
Già sono state pubblicate le dichiarazioni da parte di vari enti sanitari e non solo sulle ragioni umanitarie, mediche e di opportunità rispetto a sicurezza e società per cui il rischio di essere denunciate come clandestine per quanti abbiano bisogno di cure è soprattutto un danno. Certamente sono misure che vanno contro la possibilità di selezionare e affrontare correttamente le situazioni critiche connesse all'immigrazione. Ma sembra che le soluzioni semplici anche se aberranti siano quelle più di moda, rimandando a un futuro remoto gli eventuali nodi al pettine.

I media locali e di massa secondo voi hanno una qualche responsabilità riguardo al tema della prostituzione?
I media si muovono entro stereotipi e sono attenti più a stimolare interesse nel pubblico attraverso storie e azioni eclatanti pittosto che entrare nella sostanza: non esistono storie con vittime perfette, e solo buoni e cattivi, si tratta bensì di un mondo con tanti grigi e tante sfumature. Inoltre esistono tanti tipi di prostituzione con altrettanti tipi di prostitute, clienti, sfruttatori, organizzazioni, salvatori ecc. Quello che viene fuori ultimamente alimenta principalmente le distanze e la paura del fenomeno, ma allora verrebbe da domandarsi: chi sono i clienti e quanti sono i fruitori nascosti?

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