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Dalla Nigeria all'Italia: il viaggio raccontato da un'ex prostituta

Il mio nome non è importante, perché il destino che mi è capitato racconta la storia di tante donne, nate come me in Nigeria.
Vengo da Benin City e ho vissuto in una famiglia numerosa: mio padre ha sposato due mogli e ho otto fratelli. Stavo bene in Nigeria ma poi è morto mio padre e le cose sono cambiate. Avevo 19 anni quando ho conosciuto una donna; faceva la parrucchiera e mi ha chiesto se volevo andare in Italia dove lei mi avrebbe aiutato a trovare un lavoro. Io ho accettato. E' stata lei ad accompagnare me ed altre ragazze fino ad Abidjan per poi abbandonarci. Non sapevamo cosa fare per vivere, per mangiare. Così ho trovato un uomo che è diventato il mio fidanzato con la promessa che mi avrebbe aiutato a raggiungere l'Italia. E' stato un lungo viaggio: Abidjan-Marocco in aereo; Marocco-Spagna a piedi e poi fino a Torino in macchina. Era il 1999.

Arrivata a Torino l'uomo mi ha lasciata in casa di una donna, una sua collega, ed è tornato in Austria dove viveva. Ho cominciato a lavorare in strada per guadagnare i soldi che servivano a pagare il viaggio. L'uomo ogni tanto veniva a riscuotere, mentre io continuavo a stare in quell'appartamento con la donna e altre sette ragazze.
Quando a volte arrivava la polizia non cercavo di scappare, volevo che mi prendessero e mi portassero via. Ma la polizia mi lasciava di nuovo libera, senza mai dirmi che c'erano dei posti dove avrebbero potuto aiutarmi. Quando tornavo a casa la donna che ci controllava mi picchiava perché aveva paura che mi riportassero in Nigeria e non pagassi più. Un giorno mi ha dato un documento falso che ho dovuto pagare, e proprio allora ho deciso di scappare. Sono arrivata a Pescara e per due settimane ho vissuto in albergo poi i soldi sono finiti. Sono tornata in strada e lì ho incontrato un uomo che diceva che per me era troppo rischioso lavorare in giro e mi ha trovato lavoro in un locale. Anche lì è arrivata la polizia ma questa volta, dopo avermi accompagnata in caserma, ha scoperto che il mio permesso era falso e mi hanno portato nel CPT di Lecce. Dopo 31 giorni mi hanno lasciato libera. Sono tornata a Pescara e ho cominciato a lavorare in strada di nuovo, ma solo quando avevo bisogno di soldi, quando dovevo mangiare o pagare l'affitto.

Ma il magnaccia mi ha ritrovata e mi ha minacciato dicendomi che avrebbe mandato la mafia ad ammazzare me e la mia famiglia in Nigeria. Gli chiedevo: - quanti soldi devo ancora pagare? E lui mi rispondeva: - quando mi bastano te lo dirò. Ho continuato a pagarlo ma non finiva mai, fino a quando mi ha chiesto 2000 euro per saldare il debito del viaggio dalla Nigeria all'Italia. Ero disperata, ho chiamato mia madre e le ho detto che ero stanca di pagare, che avevo bisogno di aiuto. Ero ancora giovane, avevo 28 anni e volevo stare bene. Poi ho detto al magnaccia: - fai quello che vuoi, minaccia me e la mia famiglia ma io non ce la faccio più.

Così nel 2007 sono scappata e sono arrivata a Genova, dove avevo un'amica che viveva in una comunità. Sono rimasta lì 9 mesi però nessuno mi ha aiutato. Non si può stare in comunità se non sei niente, se non hai un permesso di soggiorno. Allora sono scappata di nuovo e sono arrivata a Bologna. Stavo in stazione e nel frattempo cercavo un numero, l'indirizzo di una comunità o di un centro che mi potesse aiutare. Poi ho trovato il numero di Nico (Associazione Papa Giovanni XXIII, ndr). Sono stata in dormitorio per un paio di giorni e poi ci siamo incontrati e gli ho raccontato tutto. Lui mi ha portato in una casa famiglia. Ora ringrazio Dio per la mia vita, perché sono tranquilla, ho sempre da mangiare, adesso ho anche il permesso di soggiorno.
Oggi vivo in un appartamento con altre due nigeriane e un'italiana. Sono passati già sei mesi e ogni giorno mi sveglio, sistemo la camera, mangio e poi vado a scuola dove sto imparando l'italiano. Nel pomeriggio faccio i compiti e anche un corso di cucito.
Il venerdì andiamo in strada per parlare con le ragazze e convincerle a lasciare. A loro non piace la vita che fanno però hanno paura del voodoo. Non so se esiste in Italia ma in Nigeria ci credono in molti ed è un modo che ha il magnaccia per spaventarti dicendoti che ammazzerà te e la tua famiglia se scappi o non paghi. Ci sono tanti nigeriani qui che come me non ci credono, ma chi lavora in strada ha paura. Alle donne che incontriamo dico che c'è qualcuno che ti può far vivere meglio, che questo lavoro provoca malattie e anche la morte. Invece noi dobbiamo pensare al futuro, a cosa potrebbe esserci dopo, alla fine di questo lavoro; pensare avanti e non solo a quello che hai lasciato dietro di te, alla famiglia, ai soldi da pagare. Dico loro di venire da Papà Giovanni - io così lo chiamo - poi lasciamo il numero di telefono del centro e un rosario a ognuna, perché noi siamo cristiane e andiamo in Chiesa ogni mercoledì quando fanno la messa in inglese.

Il mio sogno adesso è di rimanere in Italia e di trovare un lavoro. Potrei lavorare come donna delle pulizie o aiuto-cuoco ma a me piacerebbe fare la baby-sitter perché amo i bambini.

 

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