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La storia di Jennifer

Mi chiamo Jennifer, non è il mio vero nome, ma è quello che ti dò. Ho 23 anni e sono nata in Nigeria a Benin City. Là ho conosciuto una donna che mi ha proposto di partire per l'Italia dove avrei potuto fare la babysitter e guadagnare bene: non sapevo proprio quello che poi ho fatto.

Questa donna mi ha organizzato il viaggio dalla Nigeria alla Libia, dove dovevo imbarcarmi per l'Italia. La madame mi ha dato i soldi per fare il viaggio con il pickup che mi ha portato attraverso il deserto fino a Tripoli.
Eravamo in 35 persone, per lo più maschi; durante il viaggio siamo stati fermati dai militari che volevano arrestarci. Lungo la strada che percorrevo, ai bordi, a volte si vedevano dei cumuli di sabbia; sotto c'erano i corpi di quelle persone che erano morte durante la traversata. Su alcuni cumuli c'erano dei documenti di identità, così se passava di là un conoscente del morto poteva darne notizia alla famiglia.
Il viaggio è durato un mese e mangiavamo ciò che avevamo con noi. Quando siamo arrivati al confine ci hanno fatto scendere dalle macchine e fatto attraversare la frontiera su delle moto per non farci prendere dalle guardie.

Arrivata a Tripoli sono stata portata in una casa dove c'erano altre ragazze e là ho fatto la prostituta. Non potevo farci nulla, non potevo tornare a casa e non potevo andare in Italia, ero bloccata lì nelle mani di queste uomini, in quella situazione non sei tu a decidere.
Dalla casa non potevamo uscire, perché se gli abitanti della città capivano che noi abitavamo in quella casa, potevano farci del male, addirittura ucciderci. Così noi ce ne stavamo per lo più chiuse là dentro.

Poi dopo 7 mesi sono riuscita a partire; per 1200 dollari mi hanno messo assieme ad altre 21 persone su una barca di pescatori. Alla sera ci hanno portato su una spiaggia, ci hanno preso i soldi e ci hanno imbarcato. Ero l'unica donna a bordo.
Chi ci guidava era uno come noi ma siccome non aveva denaro per pagare il viaggio gli hanno ordinato di guidare la barca: non l'aveva mai fatto prima. Ci hanno detto di andare sempre in una direzione segnata dalla bussola e che saremmo arrivati così a Lampedusa. Ci hanno anche detto di non dire mai alla polizia italiana di essere nigeriani ma sudanesi. In questo modo non ci avrebbero ricacciato indietro.
Abbiamo navigato per 5 giorni, poi ci siamo fermati perché la benzina non era sufficiente. Abbiamo aspettato in mare finché abbiamo incrociato una barca di pescatori che non potevano aiutarci ma che ci hanno dato dei generi alimentari e dei succhi di frutta. Poi è arrivata una nave militare italiana e siamo così arrivati a Lampedusa.

Sono rimasta lì per 7 giorni, poi mi hanno portata al CPT di Bari. Dopo due mesi mi hanno dato un documento per l'asilo politico. Infine sono partita per Castel Volturno dove sono entrata in contatto con delle persone della madame; con lei ero debitrice di 50 mila euro per il viaggio in Italia. Ora dovevo risarcirla. Sono passata così a Torino e poi a Bologna.

Sono rimasta per tre mesi sulla strada a Bologna, ma la vita così era troppo brutta; avevo paura di prendere delle malattie, di essere uccisa o picchiata: una volta sono stata picchiata in strada da un uomo solo perché non gli ho risposto. Ogni giorno dovevo guadagnare almeno 1000 euro e pagavo anche 250 euro per il mio posto sulla strada.
Ho così deciso di scappare dalla mia madame; non avevo paura di farlo, né avevo paura dei riti voodoo che ci fanno prima di lasciare il nostro paese. Ci prendono unghie, capelli, sangue mestruale e fanno un rituale; in questo modo, ci dicono, se noi veniamo meno alla nostra promessa o li denunciamo ci possono capitare cose terribili a noi o ai nostri famigliari. Certe ragazze si ammalano veramente e le portano in ospedale, ma gli ospedali non servono perché non è un problema fisico ma di testa.

L'occasione per scappare l'ho avuta incontrando una di quelle macchine del Comune che girano per le strade; mi sono fatta aiutare da loro e sono scappata.
Adesso ho un permesso di soggiorno e ogni tanto ho delle borse lavoro; lavoro in mense, come donna della pulizie. Abito ancora in una comunità con altre ragazze perché non ho soldi. Sono due anni che vivo così. In futuro vorrei trovarmi un lavoro stabile; ma per adesso vivo ancora così, senza soldi.

 

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