Secondo il rapporto Caritas 2008, il tredici per cento degli italiani vive con meno di 500-600 euro al mese, ed è considerato quindi sotto la soglia di povertà. I nuovi poveri aumentano e i servizi pubblici faticano a gestire il disagio. Ne abbiamo parlato con Maura Fabbri della Caritas di Bologna.
di Luisa Begani
C'è stato un aumento della povertà? In base alla vostra esperienza, chi sono questi nuovi poveri?
Preciso che il nostro Osservatorio si occupa solo di italiani, quindi il quadro che posso fornire è relativo. In effetti c'è stato un progressivo aumento della povertà, delle persone che prima riuscivano a vivere e ora necessitano di aiuto.
Le cause sono principalmente due. Da un lato, l'aumento dei prezzi e delle utenze. Dall'altro, la perdita del lavoro, sia per motivi personali che per motivi indipendenti dalla persona, come la chiusura dell'azienda. Se la persona che perde il lavoro è sola, allora forse riesce a cavarsela. Ma se ha una famiglia, e il reddito che viene a mancare era l'unica entrata, la situazione è molto più grave. In casi del genere non ci vuole molto tempo per finire in strada, bastano cinque e sei mesi.
I soggetti più colpiti da questa crisi sono in particolare le donne sole con figli e le famiglie monoreddito.
I servizi pubblici come stanno gestendo la situazione?
I servizi pubblici sono in crisi e non riescono a fare fronte a quest'emergenza. Hanno una carenza sempre maggiore di risorse, mentre al contrario la domanda continua ad aumentare. Invece sarebbe necessario che, all'aumentare delle richieste, aumentassero anche le risorse.
A Bologna nell'ultimo periodo stiamo assistendo a un preoccupante aumento degli sfratti, addirittura anche delle case Acer (Azienda Casa Emilia-Romagna). C’è un aumento progressivo delle povertà. In ogni caso quelle che riporto sono nostre percezioni, perché noi non facciamo un lavoro statistico di raccolta ed elaborazione dati.
Se i servizi pubblici sono in crisi, il compito di far fronte al disagio ricade su associazionismo, volontariato, enti vari?
Noi cerchiamo il più possibile di fare rete. Rimangono tuttavia diversi buchi. Faccio un esempio. Di recente abbiamo aiutato una signora con due figli a evitare lo sfratto dell'Acer. Per farlo ci siamo uniti: noi, il Quartiere, il Servizio Minori e la parrocchia. Ci sono voluti quattro enti e in ogni caso siamo riusciti a bloccare lo sfratto solo temporaneamente.
C'è un aumento del divario tra i pochi che hanno un alto tenore di vita e i molti che si avvicinano sempre di più o già vivono in condizioni di povertà?
Sì, questa forbice sta effettivamente aumentando. Basti pensare che prima era impensabile parlare di lavoratori poveri, ora invece esistono. Questa è la vera nuova povertà. Recentemente abbiamo organizzato un seminario. Ha partecipato anche il professor Federico Bonadonna, il quale ha sottolineato come gli stessi operatori sociali percepiscono stipendi di 800 euro mensili, insufficienti a coprire tutte le spese. E’ paradossale che chi cura questo disagio lo subisca egli stesso.
Da noi arrivano persone con pacchi di bollette che non riescono a pagare. E’ proprio quella classe sociale intermedia a non farcela più.
Le persone che si trovano in condizione di povertà faticano a soddisfare i beni primari. Ciò incide sulla loro possibilità di accedere a beni di ordine superiore (culturali, affettivi)?
Ovviamente. In particolare dove la situazione familiare è già fragile, l'ulteriore problema economico può far saltare la convivenza. Per non parlare di come incide sulla crescita personale, culturale e sociale delle persone. La negazione di queste possibilità incide pesantemente sul futuro dei più giovani.