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La parola agli studenti stranieri

Jialei Huang ha 19 anni ed è in Italia da quando ne aveva tredici: “Nei primi mesi in cui sono arrivata – racconta – sembravo cieca perché non capivo la scrittura; sembravo muta perché non potevo comunicare”.  Oggi frequenta il quarto anno all’Istituto Rosa Luxemburg; le piace l'inglese, la matematica, l'educazione artistica e musicale. Poi c'è  Kadisha, 18 anni, in Italia dall'età di 11 anni, e Fathima, 16 anni, arrivata all'età di 4 anni; originarie del Marocco, entrambe frequentano un corso di formazione professionale per segretarie all'Enaip di Bologna. Storie differenti per origini ed età che risalgono a prima dell'avvento delle classi ponte, tre percorsi d'inserimento scolastico che ci raccontano pensieri, fatiche e passi in avanti di tre studentesse straniere alle prese con una cultura e una lingua diverse da quella d’origine. Ma è anche un mappa dei passi che il sistema scolastico italiano – spesso senza disporre di risorse economiche sufficienti – ha compiuto, in anni di grandi flussi migratori, per accogliere i bambini stranieri e renderli partecipi della vita di classi, sempre più multiculturali e pluringuistiche.

Il primo passo, ed anche il più complesso, è indubbiamente quello dell'inserimento: bambini di ogni età e di ogni provenienza arrivano nel nostro paese, spesso parlano lingue orientali o arabe, e non conoscono affatto l'alfabeto italiano. Cosa succede quando questi bambini cominciano a frequentare la scuola? Innanzitutto capita spesso che vengano inseriti in classi inferiori rispetto alla loro età: “Avevo 11 anni – spiega Kadisha – e ho frequentato la quinta elementare, quindi ho perso un anno. All'inizio è stato difficile soprattutto perché in quinta c'è anche l'esame finale, tutti i pomeriggi frequentavo un corso di italiano perché conoscevo solo l'arabo”. Anche per Jialei il percorso è stato simile: “Sono arrivata in Italia a 13 anni, ho cominciato il primo anno delle medie e da subito ho frequentato un corso d'italiano per principianti. Erano all'incirca otto ore alla settimana e avevamo un professore che parlava un po' di cinese, per fortuna. Ci dava delle fotocopie su cui erano disegnati alcuni oggetti e i rispettivi nomi e quando abbiamo accumulato più parole siamo partiti dalla grammatica”.
Ma la scuola non è fatta solo di corsi e materie di studio, l'apprendimento avviene, anche e soprattutto, attraverso le relazioni – con insegnanti e compagni – che spesso faticano a crescere per via dell’assenza di una lingua comune. “Con i compagni all'inizio non mi trovavo molto bene – ricorda Fathima – un po' perché non sapevo la lingua e un po' perché ero l'unica ragazza straniera di tutta la classe. E' vero, avevo fatto due anni di materna qui, però a casa continuavo a parlare solo arabo e a scuola non riuscivo a comunicare con i miei compagni. Dopo qualche anno in classe sono arrivati altri ragazzi stranieri e non mi sono più sentita così diversa; col tempo, poi, ho imparato bene anche la lingua grazie all'amicizia con i compagni di scuola”. Diversa l'esperienza di Jialei: “Ho sempre avuto dei rapporti positivi con gli insegnanti e i compagni, nonostante l'ostacolo della lingua: loro hanno avuto quasi sempre la pazienza di ascoltarmi e comunicare con me, e questo per me è stato fondamentale”. “L'amicizia è stata la cosa più importante – confermano Kadisha e Fathima –. Facendo amicizia con ragazzi italiani o provenienti da altri paesi non di lingua araba abbiamo imparato bene la lingua e siamo anche migliorate a scuola. Ora nella nostra compagnia ci sono ragazzi provenienti da tutti i paesi: abbiamo amici filippini, arabi, brasiliani, italiani, un po' da tutti i paesi”.

Il confronto, la possibilità di condividere spazi e opportunità, senza distinzioni o “discriminazioni positive” – come si legge nel testo della mozione avanzata dalla Lega – sono parte integrante delle storie che abbiamo appena raccontato. Storie di integrazione in divenire che tra i banchi di scuola hanno trovato la possibilità di crescere e che adesso sembrano reclamare solo pari diritti e opportunità, come emerge dalle considerazioni finali di Jialei: “In generale l'accoglienza della scuola italiana nei confronti degli studenti stranieri è positiva, ma si potrebbe migliorare garantendo, ad esempio, le stesse possibilità di studio agli studenti stranieri. Quando i ragazzi devono scegliere che istituto superiore frequentare capita che gli insegnanti orientino gli italiani verso i licei – classico o scientifico – e gli stranieri verso i professionali perché pensano che facciano fatica ad andare avanti. Ma anche noi stranieri possiamo raggiungere i livelli più alti, sappiamo che dobbiamo impegnarci perché è l'impegno che conta, non l'origine”.

Di Annalisa Bolognesi e Rossella Vigneri

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