Una conoscenza insufficiente della lingua italiana da parte dei bambini stranieri è fonte di rallentamento per l'apprendimento di una intera classe. Inoltre, soltanto attraverso una discriminazione positiva transitoria i bambini stranieri possono ottenere un aiuto mirato per superare lo svantaggio linguistico e tornare a seguire le lezioni con gli altri.
Sono questi i due punti chiave del disegno di legge sulle cosiddette classi ponte. Il legislatore, almeno nelle intenzioni, intende così facilitare il compito dei docenti e degli studenti che oggi scontano - si legge nel testo della Camera - una "oggettiva difficoltà di insegnamento e di apprendimento".
Termini quali 'classi di inserimento' (questa la definizione ufficiale delle classi ponte), 'aiuto mirato' e 'difficoltà di apprendimento/insegnamento' dovrebbero fotografare al meglio quale sia la situazione della scuola primaria e secondaria in Italia. Con ciò, prima di discutere su eventuali soluzioni è legittimo domandarsi se realmente sia questa la situazione. Ad esempio in una regione come l'Emilia Romagna, dove si registra uno dei tassi più alti (circa 12 su 100) di stranieri all'interno delle classi di scuola primaria e secondaria di primo grado, si dovrebbe altresì registrare un gran numero di disagi per i bambini italiani e stranieri i quali pur avendo ottime conoscenze della nostra lingua si troverebbero a subire il ritardo degli altri.
Abbiamo chiesto ad alcuni insegnanti dell'area di Bologna, che ogni giorno affrontano il fenomeno dell'immigrazione dal punto di vista dell'educazione, se gli alunni stranieri rappresentano un ostacolo al regolare apprendimento di una classe.
Laura Dondi, dell'Istituto Guercino di Bologna, dice: "Non mi è mai capitato che gli alunni stranieri abbiano rallentato la programmazione condivisa dall'intera classe. Alcuni è vero, parlando l'italiano solo a scuola e con i loro coetanei, possiedono un patrimonio lessicale un po' più povero ma questo gap linguistico si colma rapidamente quando iniziano a leggere e a scrivere in italiano. Poi nei rarissimi casi di bimbi provenienti dall'estero e inseriti nelle classi senza neppure le conoscenze di base della lingua, l'insegnante struttura un percorso didattico individualizzato che il nuovo alunno segue parallelamente a quello del resto della classe".
Alla domanda se le classi d'inserimento porteranno beneficio nella situazione attuale, unanimemente concordano sul fatto che si tratta di un provvedimento sbagliato, costoso e di difficile realizzazione; Laura Dondi si sofferma in particolare sull'aspetto dell'integrazione: "Le classi ponte sono uno strumento inadeguato in quanto presuppongono che si possano integrare alunni di varie provenienze geografiche attraverso la separazione e la discriminazione".
A ciò si aggiunga il fatto che i genitori degli scolari stranieri esprimono "una viva preoccupazione per questa proposta, che vivono come una discriminazione e pensano che non aiuterà i loro figli a imparare meglio e più in fretta la lingua italiana. Anzi si chiedono come faranno i bambini ad imparare l'italiano se si troveranno a socializzare solo con bambini che l'italiano non lo conoscono e che magari parlano tutti lingue diverse tra loro". E senza dubbio questo è un aspetto cruciale che la riforma, attraverso le sue semplificazioni, sembra aver trascurato.
Infine, anche Paola Galvani, maestra in pensione, smentisce la possibilità che i bimbi stranieri con difficoltà nell'italiano possano costituire fattore di rallentamento per gli altri e anzi rilancia: "la loro presenza è un arricchimento e stimola nel mondo scolastico e fuori un importante processo di integrazione rivolto soprattutto ai bambini italiani".
Fortunatamente, concordano gli insegnanti, i bambini hanno molti meno pregiudizi e sono capaci di crescere insieme indipendentemente dal colore della pelle, imparando reciprocamente gli uni dagli altri.
Di Giovanni Di Giuseppe, Marco Murat, Francesco Sperti