Paola Manzini è l'assessore alla Scuola, Formazione professionale, Università, Lavoro, Pari opportunità della regione Emilia Romagna.
Lei si è espressa in modo sfavorevole in merito al dibattito sulle classi speciali per i bambini immigrati. Potrebbe spiegarci le ragioni del suo dissenso?
E’ dal 1977 che il nostro Paese ha abolito le classi differenziali, che in quel periodo esistevano per i ragazzi considerati svantaggiati. Da allora la scuola italiana ha operato nell’ottica dell’integrazione e della valorizzazione delle diversità. Credo che ritornare a classi per soli stranieri sia un provvedimento grave, che può comprometterne l’integrazione: separare italiani e stranieri con il pretesto di migliorare l’apprendimento dei bambini italiani rappresenta un’esclusione al limite della discriminazione. Perché non prevedere invece, moduli supplementari di italiano per chi ancora non conosce la nostra lingua? Sarebbe più opportuno aumentare alle scuole le risorse dedicate all’integrazione, e credo tra l’altro che su questa materia non servano provvedimenti calati dall’alto, ma che sia bene lasciare decidere alle scuole come agire, in base al contesto nelle quali operano.
Le scuole dell’Emilia-Romagna sono frequentate da un alto numero di bambini immigrati. Quali sono a suo avviso le azioni da intraprendere per costruire una scuola “interculturale”?
La scuola nella nostra Regione è già di fatto interculturale, il nostro sistema scolastico regionale presenta oggi l’incidenza maggiore in Italia per percentuale di bambini stranieri all’interno delle scuole di ogni ordine e grado (11,6%). Siamo dunque in presenza di nuovi scenari sociali, e dobbiamo saper individuare risposte adeguate per rafforzare la scuola, come luogo in cui i giovani maturino personalità e competenze. Penso che l’integrazione debba rappresentare uno scambio reciproco, e non un mero adattamento gli uni agli altri.
Intercultura vuol dire infatti attraversare culture diverse, capendone i valori nel rispetto reciproco.
Quali sono, nel sistema scolastico regionale, le principali criticità da affrontare e quali gli elementi positivi da prendere a modello?
Le criticità derivano essenzialmente dalla difficoltà di affrontare le nuove problematiche con strumenti spesso obsoleti, con approcci pedagogici di insufficiente impatto nei confronti di bambini e ragazzi che vivono disagi e pressioni fino a ieri sconosciute, da parte di un mondo sociale e familiare la cui decodifica risulta complicata anche da parte degli adulti. A questo va comunque opposta la costante e significativa azione di una scuola che è molto più attenta ad adeguare mezzi e linguaggi a queste necessità, di quanto riportino i media. L’attenzione e la predisposizione al cambiamento, alla propria formazione ed aggiornamento che i docenti dimostrano, l’autonomia delle istituzioni scolastiche messa al servizio anche della ricerca di approcci innovativi per il benessere educativo e formativo dei giovani, costituisce il punto di forza di questa scuola, che non si lascia travolgere né dai giudizi sommari di inadeguatezza, né dall’over dose di riforme di cui è oggetto.
Il suo assessorato sta avviando proprio in queste ultime settimane il progetto “Lingua e cultura”, sugli apprendimenti linguistici. Può parlarci di questo progetto?
Nelle nostre scuole si sono già realizzate numerose iniziative per colmare i deficit linguistici dei giovani immigrati. Questo progetto intende valorizzare queste esperienze, inquadrandole in un’azione comune e ottimizzando le risorse. Agli alunni stranieri sarà offerta la capacità di leggere e interpretare la società attraverso la padronanza della lingua italiana, che verrà insegnata senza togliere nulla alla lingua d’origine. In ogni provincia dell’Emilia-Romagna sarà formato un gruppo di insegnanti: lo scopo non è solo alfabetizzare ma insegnare, attraverso l’apprendimento della lingua, anche le capacità di critica e di pensiero. L’azione formativa partirà dalla ricognizione delle esperienze già in essere, per valorizzarle e ricavarne un modello didattico da sperimentare in aula, finalizzato ad offrire una omogeneità di approccio per i ragazzi stranieri inseriti nei percorsi di istruzione. Un’azione utile soprattutto per i bambini e i ragazzini che hanno ancora una forma mentis legata alla lingua del paese d’origine, perché possano imparare l’italiano come lingua d’uso. Va infatti ricordato come l’apprendimento dell’italiano come L2 permette di utilizzare una lingua maggioritaria senza perdere o svalutare necessariamente l’uso della lingua d’origine. L’obiettivo infatti non è sottrattivo, attraverso la soppressione della prima lingua, ma additivo, intendendo cioè mettere in grado le persone di usare la lingua maggioritaria in modo sufficiente per i loro scopi di istruzione o di lavoro (adulti). Si può conservare la prima lingua per tutte le funzioni, tranne che per quelle che coinvolgono i rapporti con coloro che parlano nella lingua maggioritaria.
Una volta formati gli insegnanti, spetterà poi alle singole scuole scegliere in che forma organizzare le unità di lavoro. Una volta sperimentato il percorso, tutto il materiale sarà messo on line a disposizione degli insegnanti che vogliano seguire il modello intrapreso.